Willard e i suoi trofei da bowling (Willard and His Bowling Trophies, 1975) è generalmente considerato il vertice della produzione narrativa di Richard Brautigan. Il sottotitolo originale, significativamente, lo definisce A Perverse Mystery: un giallo perverso, o forse più precisamente la parodia malinconica e allucinata di un giallo.
In una villetta di San Francisco convivono personaggi che sembrano sopravvissuti al naufragio della controcultura americana. Al piano inferiore abitano John e Pat insieme a Willard, misteriosa presenza che dà il titolo al romanzo; al piano superiore vivono Bob e Constance. Quest’ultimo nucleo domestico è il vero centro gravitazionale della vicenda. Bob, un tempo individuo solido, affidabile, quasi esemplare nella sua normalità, precipita progressivamente in una spirale di ossessioni e umiliazioni a partire da un dettaglio apparentemente marginale: una malattia venerea contratta dalla compagna. Da quel momento la sua esistenza si riduce a una successione di nevrosi, dipendenze psicologiche e rituali degradati che lo privano gradualmente di qualsiasi autonomia emotiva e pratica.
Ma sarebbe un errore leggere il romanzo come una semplice storia di degenerazione personale. Brautigan racconta piuttosto il tramonto di un’intera stagione culturale. L’utopia hippie, ormai svuotata delle sue promesse, sopravvive sotto forma di relazioni disfunzionali, fragilità emotive e identità incapaci di trovare una nuova direzione. Dietro l’umorismo assurdo e la comicità surreale si avverte continuamente il senso di una catastrofe imminente.
La struttura narrativa procede per digressioni, deviazioni, episodi apparentemente incongrui e frammenti che sembrano sottrarsi a ogni logica tradizionale. Eppure proprio questa dispersione costruisce l’inquietante coerenza del libro. Il lettore percepisce fin dalle prime pagine che qualcosa di irrimediabile sta per accadere; ciò che rimane ignoto non è il destino dei personaggi, ma la forma esatta che assumerà la loro rovina.
La prosa di Brautigan raggiunge qui una delle sue espressioni più compiute: scarna, tagliente, priva di qualsiasi compiacimento stilistico e tuttavia capace di produrre immagini memorabili con poche, essenziali pennellate. Il risultato è un romanzo sospeso tra noir, commedia nera e allegoria della fine degli anni Sessanta, una delle opere più originali e ingiustamente trascurate della narrativa americana post-beat.

David Pacifici