All’inizio del libro di Devarim accade qualcosa di insolito. La generazione che ha lasciato l’Egitto è quasi scomparsa. Mosè sa che non entrerà nella Terra Promessa. Il viaggio è sostanzialmente concluso. Eppure, proprio nel momento in cui ci si potrebbe aspettare uno sguardo rivolto al futuro, la Torah si volge all’indietro. Mosè ricorda. O, più precisamente, interpreta. La distinzione è decisiva.
Ricordare significa conservare il passato. Interpretarlo significa trasformarlo in significato. Ed è esattamente ciò che avviene in Devarim. Gli episodi che il lettore ha già incontrato nei libri precedenti vengono ripresi, riorganizzati, talvolta persino raccontati da una prospettiva diversa.
Non perché la memoria sia imprecisa, ma perché il senso di un’esperienza non coincide mai completamente con il momento in cui essa viene vissuta.
Si potrebbe dire che l’Esodo appartiene alla storia, mentre Devarim appartiene alla coscienza.
È il passaggio dal fatto alla sua comprensione.
La tradizione ebraica ha sempre diffidato dell’idea che gli eventi parlino da soli. Nessun avvenimento possiede un significato evidente e definitivo. Persino la rivelazione del Sinai richiede interpretazione. Persino la Torah scritta genera la Torah orale. Persino il passato necessita di essere continuamente interrogato.
Per questo l’ebraismo è forse meno una religione della memoria che una religione dell’interpretazione.
Non basta ricordare Amalek. Occorre comprendere cosa Amalek rappresenti.
Non basta ricordare l’Egitto. Occorre chiedersi quali siano gli Egitti che continuano ad abitare il presente.
Non basta ricordare la distruzione del Tempio. Occorre interrogarsi sulle forme di distruzione che ogni generazione produce.
In questa prospettiva, Devarim appare come un grande esercizio di ermeneutica dell’esistenza.
Mosè comprende che il vero problema non è ciò che è accaduto nel deserto, ma ciò che quel deserto significa. Le ribellioni, le paure, le attese, gli errori e le cadute cessano di essere episodi isolati e diventano elementi di una narrazione attraverso la quale un popolo può finalmente comprendere se stesso.
Credo che ciò vale anche per ciascuno di noi.
Con il passare degli anni ci accorgiamo che la vita non assomiglia a una linea retta ma a un testo. Un testo spesso frammentario, pieno di contraddizioni, omissioni, ripetizioni e pagine oscure. E come ogni testo, chiede di essere letto e riletto.
Ciò che a vent’anni appariva una sconfitta può assumere a cinquanta il volto di una svolta necessaria. Ciò che sembrava una perdita irreparabile può rivelarsi una trasformazione. Non perché i fatti cambino, ma perché cambia lo sguardo che li interpreta.
In fondo è questa la grande lezione di Devarim.
La consapevolezza non consiste nell’avere una storia. Tutti ne possiedono una.
Consiste nell’essere diventati, almeno in parte, gli interpreti della propria storia. Perché il passato, lasciato a se stesso, è soltanto una successione di eventi. È l’interpretazione che riesce a darne un senso.