Dopo il neorealismo Rossellini compie una delle svolte più innovative della storia del cinema. Comprende, con grande anticipo che quel linguaggio aveva ormai esaurito la propria funzione storica e estetica e che continuare a ripeterlo avrebbe significato svuotarlo e trasformarlo in “maniera”. In Italia questa scelta venne accolta con diffidenza, quando non con aperta incomprensione. Non è un caso che sia la televisione francese ad accogliere il suo progetto: lì trova lo spazio per sperimentare un’idea di cinema che nel nostro Paese sarebbe stata difficilmente compresa. Nasce così una stagione irripetibile, che comprende La presa del potere da parte di Luigi XIV, Cartesius, Blaise Pascal e altri film dedicati ai grandi snodi della civiltà europea. Non si tratta di semplici documentari biografici, ma sono film strutturati come un laboratorio sul rapporto tra storia, conoscenza e immagini.
Rossellini, però, non cambia soltanto i temi: cambia il linguaggio stesso del cinema. Trasgredisce il codice del neorealismo dall’interno. Là dove il neorealismo costruiva ancora un racconto fondato sul conflitto, sull’identificazione emotiva e sulla vicenda individuale, Rossellini sostituisce progressivamente la narrazione con l’osservazione dell’entomologo, l’azione con il processo storico, il personaggio con le idee. Il cinema smette di rappresentare la realtà e diventa uno strumento per comprenderla.
La presa del potere da parte di Luigi XIV (1966) rappresenta probabilmente il vertice di questa ricerca. È l’opera in cui il progetto rosselliniano raggiunge il massimo equilibrio tra rigore storico e invenzione cinematografica.
Qui la divulgazione non sacrifica mai la complessità, mentre la messa in scena, asciutta, antiretorica, priva di simbolismi e lontanissima dall’enfasi con cui il Re Sole è stato sempre rappresentato, diventa essa stessa uno strumento di analisi.
L’intuizione di Rossellini è quella di raccontare la nascita dello Stato moderno senza ricorrere alle grandi battaglie o agli eventi eccezionali. Concentra l’osservazione sui igesti quotidiani del sovrano, l’etichetta, i rituali della corte, il modo di mangiare, di vestirsi, di ricevere gli ambasciatori. È in queste pratiche apparentemente minime che si manifesta la vera rivoluzione politica: il potere smette di essere soltanto forza e diventa rappresentazione, organizzazione, “dispositivo” come direbbe Foucault.
Ne nasce un film di un’originalità ancora oggi impressionante, sottovalutato alla sua uscita e ormai vergognosamente dimenticato. Un’opera che dimostra come il cinema possa essere insieme ricerca storica, riflessione politica e strumento di conoscenza.
Non soltanto uno dei capolavori di un genio, del cinema ma uno dei film più intelligenti mai realizzati sul potere.

 

David Pacifici