Una delle caratteristiche più sorprendenti di Parashat Masei è che dedica un lungo elenco alle quarantadue tappe percorse dagli Israeliti nel deserto. A prima vista sembra quasi un registro amministrativo: nomi di luoghi, partenze, arrivi. Eppure la Torah non spreca parole. Se queste tappe vengono ricordate una per una, significa che contengono un insegnamento.
La domanda è semplice: perché ricordare il percorso quando ormai si è arrivati quasi alla meta?
La contrmporaneita tende a valorizzare il risultato finale. Ci interessa il successo, non gli inciampi; l’arrivo, non la strada. La Torah sembra suggerire l’opposto. Il popolo di Israele non nasce nel momento in cui raggiunge la Terra Promessa. Nasce durante il viaggio. È nel deserto che gli schiavi diventano uomini liberi, che una massa di individui diventa una comunità, che si impara a convivere con la fragilità, con il dubbio, con la paura.
Da un punto di vista psicologico il deserto rappresenta quello spazio intermedio che tutti attraversiamo almeno una volta nella vita. Non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo. È una terra senza punti di riferimento stabili. Un luogo scomodo ma necessario.
Per questo la Torah non cancella le tappe difficili. Ricorda i momenti di ribellione, gli errori, le soste apparentemente inutili. Ogni luogo attraversato lascia una traccia. L’identità non è il prodotto delle nostre vittorie, ma la somma delle trasformazioni che abbiamo vissuto.
Mentre molte culture costruiscono la propria identità attorno a un territorio, l’ebraismo nasce da un’esperienza di movimento. Abramo lascia la sua terra. Giacobbe vive da straniero. Mosè cresce in esilio. Gli Israeliti attraversano il deserto. Persino dopo l’ingresso nella Terra d’Israele, la memoria del viaggio non viene mai abbandonata.
Masei insegna proprio questo: non siamo definiti soltanto da dove siamo arrivati, ma anche dai luoghi interiori che abbiamo attraversato. Le nostre ferite, le nostre attese, le nostre soste e perfino i nostri smarrimenti non sono parentesi da dimenticare. Sono parte integrante della nostra storia.
La maturità non consiste nel cancellare il deserto. Consiste nel riuscire a leggerlo come parte del cammino. La saggezza è guardarsi indietro e scoprire che perfino le tappe che allora sembravano prive di senso erano necessarie per diventare la persona che siamo oggi.
 
 
David Pacifici