Quando Leonard Cohen pubblica Who by Fire nel 1974, si trova in una fase di grande inquietudine e di profonda ricerca spirituale. New Skin for the Old Ceremony è il suo disco più esplicitamente attraversato dalla tradizione ebraica fin dal titolo. Non è un album sulla fede in senso confessionale, ma sul rapporto tra eros, morte, colpa e trascendenza.
Il titolo richiama la brit milah, la circoncisione (una nuova pelle per un’antica liturgia), simbolo dell’Alleanza e del rinnovamento: un’immagine che suggerisce l’idea di dare una forma nuova a una tradizione.
Tra tutti i brani del disco, Who by Fire è quello che dialoga più direttamente con la liturgia ebraica. Cohen riprende infatti la Unetaneh Tokef, il celebre piyyut recitato a Rosh HaShanah e, in molte comunità ashkenazite, anche a Yom Kippur. Il testo elenca le diverse possibilità del destino umano:
«Chi vivrà e chi morirà;
chi per fuoco e chi per acqua;
chi per fame e chi per peste…»»
Lo stesso Cohen spiegò che la canzone nasce direttamente da quella preghiera ascoltata da bambino in sinagoga. Ma il suo intento non era semplicemente trasporla in musica: voleva trasformarla in una domanda aperta sul mistero dell’esistenza.
Il debito verso la Unetaneh Tokef è evidente. Tuttavia, Who by Fire non è una semplice riscrittura. Cohen prende un testo millenario e lo trasforma in una meditazione universale sulla fragilità della condizione umana. L’ultimo verso, “Who shall I say is calling?”, non offre alcuna risposta definitiva: lascia soltanto la domanda fondamentale su chi, o che cosa, chiami ogni essere umano al proprio destino.
È proprio qui la grandezza della canzone. Cohen non modernizza la tradizione né la abbandona: la fa risuonare nel presente, dimostrando che quelle parole possono ancora parlare all’uomo contemporaneo con la stessa intensità di mille anni fa.
 
David Pacifici