Parlare di Una pallottola spuntata come di una semplice parodia è fraintendere uno delle opere più profonde e inquietanti della cultura pop contemporanea. Perché ciò che fanno David Zucker, Jim Abrahams e Jerry Zucker, il celebre trio ZAZ, non è soltanto smontare il poliziesco americano: è sabotare la grammatica stessa della narrativa occidentale. Ed è difficile non leggere, dietro questa operazione, una sensibilità profondamente ebraica nel senso più intellettuale del termine: non “ebraismo tematico”, ma ebraismo come pratica di disarticolazione del linguaggio dominante.
Il detective Frank Drebin interpretato da Leslie Nielsen è infatti l’esatto contrario dell’eroe moderno. Non comprende il mondo che attraversa, ma continua ostinatamente a occuparne il centro simbolico. È una figura talmudica rovesciata: un uomo che pronuncia continuamente significanti privi di rapporto stabile con il reale. In questo senso il film mette in scena@, in forma farsesca, molta riflessione postmoderna sul collasso del rapporto tra segno e referente.
La gag, nel cinema ZAZ, non è mai soltanto una battuta: è un attentato semiotico. Ogni elemento visivo può tradire il proprio significato originario. Una sirena della polizia non segnala più ordine ma caos; la solennità istituzionale viene continuamente perforata dall’assurdo; persino il montaggio perde la sua funzione classica di continuità narrativa per diventare macchina di destabilizzazione percettiva. È un cinema che vive dell’eccesso di letteralità: le metafore vengono prese sul serio fino all’implosione del senso. E qui il legame con certa tradizione dell’umorismo ebraico americano da Mel Brooks a Woody Allen diventa evidente.
Ma mentre Brooks aggredisce frontalmente il mito storico e Allen nevrotizza il discorso intellettuale, ZAZ operano qualcosa di ancora più radicale: dissolvono la fiducia stessa nella struttura simbolica dell’immagine americana. La polizia, il baseball, il patriottismo televisivo, il procedural investigativo, il corpo erotico femminile, il leader politico: tutto viene ridotto a superficie instabile, a puro simulacro manipolabile.
In fondo, Una pallottola spuntata è uno dei grandi testi nichilisti della cultura popolare occidentale travestito da commedia idiota. E proprio qui sta la sua genialità. Lo spettatore ride perché il film sembra infantile; in realtà ride perché il film gli mostra, senza che quasi se ne accorga, che l’ordine simbolico su cui si regge la vita sociale è fragilissimo, arbitrario, spesso ridicolo.
Troviamo uno sguardo tipicamente diasporico: l’impossibilità di aderire completamente al linguaggio della maggioranza, il bisogno di sabotarlo dall’interno attraverso l’ironia, il doppio senso, il cortocircuito continuo tra parola e realtà. Non è un caso che il cinema ZAZ nasca dentro quella tradizione ebraico-americana che ha sempre percepito l’America contemporaneamente come promessa e come gigantesca messinscena.
Ed è forse per questo che il film, a distanza di decenni, continua a essere modernissimo: perché aveva già intuito che il mondo mediatico tardo-occidentale sarebbe diventato esattamente ciò che Frank Drebin attraversa per novanta minuti un sistema di segni impazziti che continuano a funzionare anche quando hanno perso ogni contatto con la verità.
David Pacifici