Il film maledetto del 1972 sulla Shoah mai distribuito di Jerry Lewis: The Day the Clown Cried
Nel panorama cinematografico del Novecento esiste un’opera che più di ogni altra incarna lo statuto di leggenda irrealizzata, di oggetto insieme filmico e mitologico, di spettro culturale: The Day the Clown Cried, “l’infame” e mai distribuito film scritto, diretto e interpretato da Jerry Lewis. Divenuto col tempo una sorta di Santo Graal del cinema controverso, il film è avvolto in una nebbia di curiosità morbosa, rifiuto etico ed enigmatica censura autoinflitta. Lewis stesso ne custodì gelosamente l’unica copia, dichiarando esplicitamente che non ne avrebbe mai permesso la diffusione. Eppure, nel 2015, la Library of Congress degli Stati Uniti ha ricevuto il film in deposito, vincolandone la visione al pubblico fino al 2024, alimentando ulteriormente la fascinazione per un’opera che molti avrebbero voluto dimenticare ancora prima di poterla vedere.
L’ambientazione è quella cupa e disumanizzata della Germania nazista. Il protagonista, Helmut Doork, un clown di mezza fortuna, viene incarcerato per aver irriso Hitler. In un crescendo tragico, il suo destino si intreccia con quello dei bambini ebrei internati nei campi di sterminio, che egli è costretto a intrattenere, paradossale e grottesca consolazione, prima di essere condotti alle camere a gas. Una premessa narrativa che, già sulla carta, espone il film al rischio dell’infamia: l’umorismo come preludio alla morte, la tenerezza farsesca del circo dinanzi all’annientamento sistematico.
Per comprendere l’origine di tale impresa, occorre contestualizzare la traiettoria personale e artistica di Lewis nei primi anni Settanta. Dopo un’epoca d’oro costellata di successi commerciali e popolarità transgenerazionale, l’attore-regista si trovava in una fase discendente della sua carriera. Film come Which Way to the Front? (1970) avevano fallito nel rinverdire i fasti precedenti, mentre la sua vita privata si disgregava sotto il peso di dolori cronici alla schiena, che lo avevano spinto a un uso massiccio e dipendente di oppiacei, e di un matrimonio ormai logorato da decenni di tensioni familiari e alienazioni lavorative.
In questo contesto di crisi, fisica, affettiva, professionale, Lewis concepisce The Day the Clown Cried come gesto di rottura e redenzione, come testimonianza estrema della sua volontà di emanciparsi dal cliché del buffone, per affermarsi invece come artista capace di confrontarsi con le profondità più oscure dell’animo umano e della storia contemporanea. L’ambizione di dare forma a una tragedia etica e simbolica attraverso l’apparato dell’intrattenimento comico rappresentava, per lui, un rischio calcolato, ma esistenzialmente necessario.
Girato in parte in Svezia e in Francia, il film fu colpito fin dalle origini da una congerie di ostacoli produttivi, legali ed etici. Joan O’Brien, co-autrice della sceneggiatura, disconobbe il progetto lamentando una radicale alterazione del senso originario. Il produttore europeo, in procinto di fallire, abbandonò il set, costringendo Lewis a finanziare di tasca propria le ultime riprese. Inoltre, le implicazioni morali del soggetto, il rischio di banalizzare la Shoah mediante una cornice tragicomica, suscitarono fin da subito reazioni di imbarazzo e riprovazione.
Negli anni successivi, Lewis tentò più volte di rimontare e rilanciare il film, ma senza mai riuscire a superare la diffidenza, se non il disgusto, di coloro che avevano avuto accesso a materiali preliminari. I pochi spettatori privilegiati, critici, studiosi, colleghi, hanno unanimemente descritto l’opera come un disastro estetico e concettuale: uno dei peggiori film mai concepiti, incapace di coniugare umorismo e dolore senza scadere nel patetico o nell’offensivo. Qualcuno lo ha perfino accostato agli abissi surreali del cinema di Ed Wood, immaginando The Day the Clown Cried come l’equivalente grottesco di un’opera su Auschwitz firmata da un dilettante visionario.
Ciononostante, il film ha assunto un posto rilevante nelle riflessioni accademiche e critiche sulla rappresentazione della Shoah. Al di là del suo (in)valore artistico, esso costituisce un banco di prova delle domande fondamentali che gravano sulla responsabilità dell’arte nel confrontarsi con l’orrore storico. È lecito tentare la sintesi fra tragedia e commedia? Può il clown, simbolo per eccellenza dell’ambivalenza umana, sopravvivere, narrativamente e moralmente, all’esperienza di Auschwitz?
The Day the Clown Cried rimane, forse suo malgrado, un esperimento liminale, una testimonianza fallimentare ma imprescindibile della tensione tra ambizione estetica e catastrofe etica. Un’opera che non esiste, eppure pesa. Come un rimosso collettivo. Come una ferita che brucia anche senza essere mai stata aperta del tutto.
Nel panorama cinematografico del Novecento esiste un’opera che più di ogni altra incarna lo statuto di leggenda irrealizzata, di oggetto insieme filmico e mitologico, di spettro culturale: The Day the Clown Cried, “l’infame” e mai distribuito film scritto, diretto e interpretato da Jerry Lewis. Divenuto col tempo una sorta di Santo Graal del cinema controverso, il film è avvolto in una nebbia di curiosità morbosa, rifiuto etico ed enigmatica censura autoinflitta. Lewis stesso ne custodì gelosamente l’unica copia, dichiarando esplicitamente che non ne avrebbe mai permesso la diffusione. Eppure, nel 2015, la Library of Congress degli Stati Uniti ha ricevuto il film in deposito, vincolandone la visione al pubblico fino al 2024, alimentando ulteriormente la fascinazione per un’opera che molti avrebbero voluto dimenticare ancora prima di poterla vedere.
L’ambientazione è quella cupa e disumanizzata della Germania nazista. Il protagonista, Helmut Doork, un clown di mezza fortuna, viene incarcerato per aver irriso Hitler. In un crescendo tragico, il suo destino si intreccia con quello dei bambini ebrei internati nei campi di sterminio, che egli è costretto a intrattenere, paradossale e grottesca consolazione, prima di essere condotti alle camere a gas. Una premessa narrativa che, già sulla carta, espone il film al rischio dell’infamia: l’umorismo come preludio alla morte, la tenerezza farsesca del circo dinanzi all’annientamento sistematico.
Per comprendere l’origine di tale impresa, occorre contestualizzare la traiettoria personale e artistica di Lewis nei primi anni Settanta. Dopo un’epoca d’oro costellata di successi commerciali e popolarità transgenerazionale, l’attore-regista si trovava in una fase discendente della sua carriera. Film come Which Way to the Front? (1970) avevano fallito nel rinverdire i fasti precedenti, mentre la sua vita privata si disgregava sotto il peso di dolori cronici alla schiena, che lo avevano spinto a un uso massiccio e dipendente di oppiacei, e di un matrimonio ormai logorato da decenni di tensioni familiari e alienazioni lavorative.
In questo contesto di crisi, fisica, affettiva, professionale, Lewis concepisce The Day the Clown Cried come gesto di rottura e redenzione, come testimonianza estrema della sua volontà di emanciparsi dal cliché del buffone, per affermarsi invece come artista capace di confrontarsi con le profondità più oscure dell’animo umano e della storia contemporanea. L’ambizione di dare forma a una tragedia etica e simbolica attraverso l’apparato dell’intrattenimento comico rappresentava, per lui, un rischio calcolato, ma esistenzialmente necessario.
Girato in parte in Svezia e in Francia, il film fu colpito fin dalle origini da una congerie di ostacoli produttivi, legali ed etici. Joan O’Brien, co-autrice della sceneggiatura, disconobbe il progetto lamentando una radicale alterazione del senso originario. Il produttore europeo, in procinto di fallire, abbandonò il set, costringendo Lewis a finanziare di tasca propria le ultime riprese. Inoltre, le implicazioni morali del soggetto, il rischio di banalizzare la Shoah mediante una cornice tragicomica, suscitarono fin da subito reazioni di imbarazzo e riprovazione.
Negli anni successivi, Lewis tentò più volte di rimontare e rilanciare il film, ma senza mai riuscire a superare la diffidenza, se non il disgusto, di coloro che avevano avuto accesso a materiali preliminari. I pochi spettatori privilegiati, critici, studiosi, colleghi, hanno unanimemente descritto l’opera come un disastro estetico e concettuale: uno dei peggiori film mai concepiti, incapace di coniugare umorismo e dolore senza scadere nel patetico o nell’offensivo. Qualcuno lo ha perfino accostato agli abissi surreali del cinema di Ed Wood, immaginando The Day the Clown Cried come l’equivalente grottesco di un’opera su Auschwitz firmata da un dilettante visionario.
Ciononostante, il film ha assunto un posto rilevante nelle riflessioni accademiche e critiche sulla rappresentazione della Shoah. Al di là del suo (in)valore artistico, esso costituisce un banco di prova delle domande fondamentali che gravano sulla responsabilità dell’arte nel confrontarsi con l’orrore storico. È lecito tentare la sintesi fra tragedia e commedia? Può il clown, simbolo per eccellenza dell’ambivalenza umana, sopravvivere, narrativamente e moralmente, all’esperienza di Auschwitz?
The Day the Clown Cried rimane, forse suo malgrado, un esperimento liminale, una testimonianza fallimentare ma imprescindibile della tensione tra ambizione estetica e catastrofe etica. Un’opera che non esiste, eppure pesa. Come un rimosso collettivo. Come una ferita che brucia anche senza essere mai stata aperta del tutto.