Il 18 marzo 1971 usciva Teenage Head, capolavoro di r&r disallineato rispetto alla propria epoca, sospeso in una zona interstiziale in cui le coordinate del rock risultano instabili, sfuggenti, refrattarie a ogni classificazione lineare. Troppo tardo per essere pienamente anni Sessanta, troppo precoce per inscriversi nel punk, troppo ruvido per il mercato, troppo melodico per l’underground più dogmatico: in questa tensione irrisolta si concentra la grandezza e la sfortuna dei Flamin’ Groovies.
La band di San Francisco, attraversata dal dualismo creativo tra Cyril Jordan e Roy Loney, costruisce un linguaggio che si alimenta di una devozione radicale al rock’n’roll originario Chuck Berry, gli Stones più ferini, un’idea di groove radicata nella fisicità e al tempo stesso introduce una torsione nervosa, una frattura interna che anticipa, senza dichiararlo, l’estetica del punk. Non si tratta di citazione, bensì di riattivazione: il passato viene rimesso in circolo, reso instabile, spinto verso una soglia di combustione.
Teenage Head si impone come disco corporeo, epidermico, attraversato da un’energia che rifiuta la levigatezza. La saturazione non diventa mai compiacimento.
La title track, insieme a High Flyin’ Baby, costruisce una tensione permanente, un equilibrio precario in cui ogni elemento sembra sul punto di collassare, generando proprio in questa instabilità la propria forza espressiva.
La traiettoria dei Flamin’ Groovies si inscrive, in tal senso, in una dinamica di dislocazione continua: un gruppo incapace di coincidere con il proprio tempo storico, respinto dai codici dominanti dell’industria, estraneo tanto alle logiche del mercato americano dei primi anni Settanta quanto alle successive canonizzazioni del punk. Quando quest’ultimo si consoliderà come linguaggio riconosciuto, la band avrà già mutato forma, perdendo quella posizione liminale che costituiva la sua specificità più radicale.
La loro sfortuna si definisce allora come esattezza fuori tempo: una collocazione perfetta in un punto che la storia non era ancora pronta a riconoscere. Teenage Head così non è soltanto un grande disco, bensì come una possibilità non realizzata della storia del rock, un vettore rimasto in sospensione.
Ciò che permane è una traccia persistente, un lavoro che agisce in profondità, sottraendosi alla comprensione immediata per depositarsi nel tempo lungo dell’ascolto. Non il successo, dunque, bensì la durata. Long live R&R!