Tunnel film che sembra provenire da una dimensione parallela del cinema italiano, dove il degrado urbano, il moralismo da rotocalco scandalistico, l’exploitation più sporca e una certa ambizione autoriale fallita si mescolano senza alcuna mediazione. Girato nel 1980 ma distribuito soltanto nel 1983,  il film di Massimo Pirri intercetta un momento storico precisissimo: la Roma tossica pre-eroina “normalizzata”, quella ancora percepita come apocalisse sociale e antropologica. Non siamo ancora dentro il realismo quasi documentario di Amore tossico, che arriverà pochi anni dopo a trasformare il tossico romano in una figura tragicamente quotidiana. Pirri invece lavora ancora dentro una logica da exploitation all’italiana: prende il sottobosco della droga, della prostituzione e della marginalità urbana e lo trasfigura in una specie di inferno pop lurido, espressionista, continuamente oscillante tra cronaca nera, pseudo mondo-movie e melodramma isterico.
Tunnel non possiede minimamente la compattezza del grande cinema maledetto. È discontinuo, slabbrato, spesso involontariamente comico, attraversato da una recitazione che pare provenire da film diversi contemporaneamente. Ma proprio questa sgangheratezza produce qualcosa di ipnotico. Pirri gira come se volesse insieme scandalizzare il pubblico borghese, imitare il cinema americano post-Taxi Driver e sfruttare la pornografia morale della tossicodipendenza come materiale sensazionalistico.
Eppure, ogni tanto, dentro questo caos emergono intuizioni sorprendentemente lucide. Alcune soluzioni di montaggio hanno una violenza sincopata notevole; l’uso dei Pretenders introduce improvvisamente un respiro internazionale e post-punk che rompe il provincialismo visivo del film; e soprattutto la periferia romana viene ripresa non come semplice sfondo realistico ma come paesaggio terminale, quasi metafisico, una discarica umana sospesa tra degrado sociale e allucinazione.
Poi naturalmente c’è la scena della “pera” di Corinne Cléry, che appartiene ormai alla paleontologia del culto cinefilo italiano: morbosa, assurda, eccessiva, girata con quella serietà scandalistica tipica di certo cinema italiano tra fine anni Settanta e inizio Ottanta, quando il corpo tossico veniva rappresentato contemporaneamente come tragedia sociale e spettacolo voyeuristico.
La presenza di Helmut Berger è una scelta dadaista. Berger, relitto magnifico del cinema viscontiano e incarnazione decadente dell’Europa aristocratica distrutta, catapultato dentro una periferia tossica romana, produce un cortocircuito semiotico straordinario. Sembra un alieno caduto nel posto sbagliato dopo una festa infinita.
In mezzo a tutto questo compare anche Franco Citti, che porta con sé inevitabilmente l’ombra pasoliniana: basta la sua faccia per ricordare che sotto la crosta exploitation di Tunnel si muove ancora il fantasma di una Roma sottoproletaria che il cinema italiano stava lentamente perdendo.
Tunnel rimane un film di straculto per i fans dei droga-movie, non andrà oltre.  Tuttavia rimane uno di quei relitti cinematografici che finiscono per raccontare un’epoca molto meglio di tanti film teoricamente più riusciti. Un cinema patologico, isterico, spesso ridicolo, ma proprio per questo autenticamente italiano.

David Pacifici