Mi sono sempre sentito piuttosto distante dalla mitologia della psicologia umanistica.
Da quella antropologia implicitamente conciliata, dall’idea che esista nel soggetto una sorta di nucleo autentico che, se semplicemente accolto e liberato dalle costrizioni esterne, tenderebbe spontaneamente verso una forma di equilibrio, di pacificazione. Una prospettiva che ho sempre percepito come parziale, ingenua, troppo poco attraversata dalla dimensione del conflitto, della contraddizione, dell’opacità che invece costituisce larga parte dell’esperienza umana.
Eppure, forse proprio per questo, negli ultimi tempi mi sono avvicinato con curiosità allo studio dell’approccio di Carl Rogers.
Non per adesione ideologica, né per fascinazione verso una certa retorica terapeutica contemporanea, ma per capire da dove derivasse la sua enorme capacità di penetrazione culturale, il suo successo così trasversale e persistente.
E devo dire che, osservandolo con meno pregiudizio, ho iniziato a comprenderne la funzione storica e psicologica.
Perché il punto centrale del metodo rogersiano non risiede tanto nella profondità teorica, che, rispetto ad altri impianti, può apparire limitata, quanto nella sua straordinaria accessibilità emotiva in una società caratterizzata da un progressivo impoverimento del linguaggio introspettivo.
Viviamo infatti in un’epoca paradossale: un’epoca di esposizione permanente del sé e, simultaneamente, di crescente incapacità di ascolto.
Le persone parlano incessantemente di sé, producono narrazioni continue della propria identità, esibiscono emozioni, traumi, desideri, vulnerabilità; ma molto spesso tutto questo avviene dentro cliché prefabbricate, slogan emotivi, repertori espressivi standardizzati. L’esperienza interiore viene immediatamente tradotta in superficie comunicativa, senza sedimentazione, senza reale elaborazione simbolica.
Ed è qui che, a mio avviso, il metodo rogersiano rivela la propria forza: non tanto come meccanismo interpretativo sofisticato, quanto come spazio preliminare di ricostruzione percettiva del soggetto.
Per molte persone rappresenta probabilmente il primo contatto non traumatico con l’idea stessa di auto-osservazione.
Non invade. Non patologizza immediatamente. Non sovrappone al discorso del soggetto un apparato teorico totalizzante. Piuttosto, attraverso il rispecchiamento, il rallentamento, la sospensione del giudizio, costringe quasi impercettibilmente l’individuo a sostare davanti ai propri stati interni.
E oggi persino questa operazione elementare, distinguere un’emozione da un impulso, un desiderio autentico da una domanda di riconoscimento, una sofferenza reale da una semplice eccitazione narcisistica, è diventata sorprendentemente difficile.
Naturalmente continuo a pensare che tutto questo, da solo, non basti.
Esistono livelli della vita psichica che implicano conflitto, ambivalenza, rimozione, aggressività, autoinganno; territori che richiedono strumenti teorici più complessi e meno concilianti. Tuttavia comprendo molto meglio, oggi, perché il rogersianesimo abbia avuto una funzione così importante: non tanto offrire una verità definitiva sul soggetto, quanto riabituare individui emotivamente disordinati alla possibilità stessa di percepirsi.
David Pacifici