Chiariamo da subito che la componente ebraica di Doppio sogno e, indirettamente, di Eyes Wide Shut non è tematica in senso esplicito. È più profonda: riguarda lo sguardo, l’instabilità dell’identità, il rapporto con il desiderio e soprattutto la coscienza dell’alterità.
Arthur Schnitzler appartiene a quella generazione di ebrei viennesi assimilati che vivevano una condizione molto particolare: erano pienamente dentro la cultura europea e contemporaneamente mai del tutto accettati da essa. Questa posizione liminale produce uno sguardo specifico: estremamente lucido, autoanalitico, incapace di aderire ingenuamente alle identità sociali, per Schnitzler il soggetto borghese non è mai stabile o risolto.
Dietro la rispettabilità c’è sempre frattura, teatralità, maschera. Ed è difficile non leggere questo come effetto anche della condizione ebraica mitteleuropea: vivere dentro il mondo dominante ma percepirne continuamente l’artificialità, la precarietà, la recita sociale.
Per questo in Doppio sogno il desiderio non appare romantico o naturale. È inquieto, mobile, ambiguo. Non conduce all’unità ma alla dislocazione dell’io. L’altro resta irriducibilmente opaco. Una lettura dell’alterità profondamente anti-romantica e direi anti-idolatrica: nessuna fusione definitiva, nessuna trasparenza totale tra esseri umani.
Kubrick, cimentandosi con il.testo di Schnitzler radicalizza questa intuizione.
Anche lui, ebreo assimilato, guarda la società occidentale come un sistema di rituali artificiali, gerarchie invisibili, meccanismi simbolici.
In Eyes Wide Shut tutto è rito, costume, performance sociale. Il potere non si manifesta apertamente: si traveste, si maschera, organizza il desiderio attraverso codici segreti. È una visione profondamente disincantata della modernità.
E qui emerge qualcosa di molto ebraico nel senso culturale più alto: la sfiducia verso le immagini compatte del mondo.
L’ebraismo diasporico europeo ha spesso sviluppato uno sguardo anti-idolatrico, diffidente verso ogni totalità rassicurante. Kubrick filma esattamente questo: il fallimento dell’apparenza, la falsità della superficie sociale, l’impossibilità di possedere davvero il senso.
Per questo il film è ossessionato dallo sguardo.
Bill Harford vede continuamente cose che non comprende. Crede che la visione dia accesso alla verità, ma ogni immagine si rivela incompleta, manipolata, ambigua. È quasi una critica radicale dell’idolatria dello sguardo occidentale: vedere non salva, non chiarisce, non possiede.
E in fondo sia Schnitzler sia Kubrick mostrano qualcosa di molto vicino a una sensibilità ebraica moderna: l’identità umana non come essenza stabile, ma come attraversamento, interpretazione, tensione irrisolta.
L’essere umano non coincide mai completamente con la maschera che indossa che sia sociale, erotica, matrimoniale e persino psicologica.

David Pacifici