Il paradosso più profondo della cultura Occidentale contemporanea è che le filosofie nate per disarticolare ogni metafisica della verità si sono progressivamente ricristallizzate in una nuova forma di teologia morale. E il punto decisivo, più ancora dei contenuti di Foucault, Derrida o Deleuze, è il modo in cui quel pensiero è stato trapiantato dentro il tessuto antropologico americano.
Per capire cosa sia accaduto bisogna tornare alla Francia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta: il post-’68, il collasso del marxismo classico come promessa escatologica, la crisi dell’umanesimo europeo dopo Auschwitz, Hiroshima e dopo il tramonto delle grandi teleologie storiche. È il momento in cui emerge quella costellazione teorica che poi gli americani chiameranno “French Theory”.
Derrida pubblica “Della grammatologia” nel 1967; Deleuze e Guattari “L’Anti-Edipo” nel 1972; Foucault “Sorvegliare e punire” nel 1975 e il primo volume della “Storia della sessualità” nel 1976.
Ma quel pensiero, è giusto sottolinearlo, nel suo contesto originario, non aveva ancora il carattere moralistico che assumerà successivamente. Era un pensiero profondamente europeo: sofisticato, ambiguo, in un certo senso anche ludico nella sua radicalità. Derrida non proponeva una nuova ortodossia: dissolveva la possibilità stessa di un centro stabile del significato. Foucault non costruiva una morale del bene e del male; operava genealogie del potere mostrando come le categorie di normalità, devianza, salute, sessualità o criminalità fossero produzioni storiche. Deleuze detestava ogni irrigidimento identitario; il suo lessico era fatto di flussi, deterritorializzazioni, molteplicità, linee di fuga.
In altre parole: il post-strutturalismo francese nasce come macchina anti-teologica intesa in senso largo. Il post-strutturalismo cerca di minare le basi di quello che era stato il pensiero Occidentale in parte ridotto a feticcio e cercando di mostrare il volto nascosto e ideologico che si nascondeva dietro l’entusiasmo del progresso. Un’operazione radicale, spesso militante ma lecita in quanto facente parte di un dibattito più articolato cheera presente nel mondo accademico e intellettuale europeo di quegli anni.
Il problema è che tra gli anni Ottanta e Novanta questo apparato teorico entra massicciamente nelle università americane: Yale, Berkeley, Columbia, Cornell, e lì incontra una struttura culturale radicalmente diversa. Gli Stati Uniti possono apparire secolarizzati, ma nel loro inconscio collettivo restano una civiltà puritana. Non nel senso superficiale del moralismo sessuale, bensì nel senso molto più profondo della loro architettura simbolica:
la centralità della colpa, la necessità della confessione, la redenzione pubblica, la testimonianza morale, la distinzione assoluta tra salvati e dannati.
Ed è precisamente qui che avviene la mutazione decisiva.
Le categorie post-strutturaliste vengono lentamente assorbite dentro il discorso protestante della purezza. Il sospetto genealogico foucaultiano si trasforma nella ricerca permanente dell’oppressore invisibile; la decostruzione derridiana degenera in ermeneutica inquisitoriale dove ogni parola nasconde violenza sistemica; la critica deleuziana delle identità produce paradossalmente identità rigidissime e ontologiche.
L’effetto è straordinario: teorie nate per distruggere le grandi narrazioni generano una nuova Grande Narrazione morale.
Non è più il marxismo classico con le sue categorie economiche; è qualcosa che puzza di religione. La società viene reinterpretata come campo escatologico di colpe incorporate nei linguaggi, nei corpi, nei dispositivi simbolici. Il privilegio sostituisce il peccato originale. La confessione pubblica riappare sotto forma di autocritica performativa. L’eresia diventa il linguaggio scorretto. La scomunica prende la forma della cancellazione sociale.
La cosiddetta “cancel culture”, infatti, ha molto meno a che fare con la politica di quanto si creda: la sua struttura è confessionale.
E qui emerge un secondo passaggio storico fondamentale. Negli anni Novanta, attraverso i cultural studies, la critical race theory e poi l’intersezionalità, questo paradigma si consolida definitivamente. Il conflitto non viene più interpretato in termini storici, geopolitici o economici ma come gerarchia morale di vittimizzazione. Il soggetto oppresso acquisisce una sorta di innocenza epistemologica, mentre il soggetto percepito come dominante viene caricato di una colpa metafisica.
Israele, dentro questo schema, diventa il simbolo perfetto del Male Sistemico: occidentale, bianco, tecnologico, militare, capitalista, quindi ontologicamente colpevole.
La Palestina assume invece il ruolo del corpo vittimario assoluto, sacrale. E come in ogni costruzione teologica, la realtà concreta diventa secondaria rispetto alla funzione simbolica. Non importa che Hamas appartenga culturalmente a una struttura apertamente autoritaria, patriarcale e teocratica; ciò che conta è il suo posizionamento dentro la morale contemporanea.
È qui che si comprende anche il fenomeno apparentemente assurdo di molte élite occidentali: universitarie, artistiche, mediatiche, che finiscono per sostenere movimenti radicalmente incompatibili con i valori liberali da cui esse stesse traggono esistenza. Non è una contraddizione accidentale: è il risultato di una struttura teologica secolarizzata in cui il bisogno di espiazione prevale sulla coerenza razionale.
E l’ironia più sottile dell’intera vicenda sta proprio qui: Foucault, Derrida e Deleuze a cui va aggiunto anche Lyotard pensatori ossessionati dalla critica delle ortodossie e dalla dissoluzione delle verità assolute, delle grandi narrazioni sono stati progressivamente trasformati, nel laboratorio puritano americano, nei padri involontari di una nuova metafisica della purezza.
David Pacifici