Spider (2002) di David Cronenberg, tratto dall’omonimo romanzo di Patrick McGrath, che ne firma anche la sceneggiatura, è probabilmente una delle opere più sottovalutate dell’intera filmografia del regista canadese. Ambientato nella periferia londinese dell’austerity degli anni Cinquanta, segue il ritorno di Dennis “Spider” Cleg nel quartiere della propria infanzia dopo una lunga degenza psichiatrica. Da questo presupposto apparentemente lineare prende forma un’opera claustrofobica, perturbante e di straordinaria eleganza formale.
Cronenberg abbandona qui del tutto la dimensione organica e mutante del corpo che aveva caratterizzato gran parte del suo cinema per concentrarsi sulla fragilità della memoria e sui meccanismi della psicosi. Il film si sviluppa lungo un doppio asse temporale, costruito con la precisione di un thriller investigativo. Ma l’indagine non riguarda un delitto: riguarda il ricordo stesso. Spider è insieme detective, testimone e sospettato della propria storia.
Come ogni narratore radicalmente inaffidabile, il protagonista manipola, riscrive e altera continuamente il proprio passato. Il film diviene così una sorta di detection psicoanalitica, un lungo confronto tra memoria e rimozione, tra ciò che è stato e ciò che la mente ha bisogno di reinventare per sopravvivere. In questo senso l’opera dialoga tanto con Freud quanto con il grande tema novecentesco dell’identità come costruzione narrativa.
L’impressionante rigore formale che governa ogni inquadratura rischia talvolta di irrigidire il racconto, ma è proprio questa coerenza ossessiva a conferire al film una rara compattezza espressiva. La Londra industriale dei gasometri, delle case popolari e delle nebbie ferrose assume una dimensione spettrale, trasformandosi in un paesaggio mentale prima ancora che urbano.
Immenso Ralph Fiennes, che compone uno dei personaggi più complessi della sua carriera: uno psicotico che procede come uno Sherlock Holmes della propria coscienza, intento a raccogliere indizi dispersi tra le macerie della memoria. La fotografia di Peter Suschitzky, collaboratore storico di Cronenberg, è semplicemente impeccabile e contribuisce a fare di Spider uno dei più rigorosi e affascinanti studi cinematografici sulla psicosi mai realizzati.

David Pacifici