Uno dei film più inquietanti e singolari prodotti dalla straordinaria stagione della Nová Vlna cecoslovacca. Un’opera che sembra nascere dall’incrocio tra espressionismo, grottesco, horror psicologico e satira politica, ma che finisce per appartenere soltanto a se stessa.
Praga, fine anni Trenta. Karel Kopfrkingl dirige un crematorio. È un uomo educato, premuroso, apparentemente irreprensibile. Ama la moglie, adora i figli, parla continuamente di compassione e liberazione dell’anima. Eppure, dietro quella maschera di rispettabilità borghese, si cela qualcosa di profondamente patologico. L’incontro con l’ideologia nazista non farà altro che fornire una giustificazione razionale a pulsioni che erano già presenti.
Juraj Herz costruisce un incubo soffocante e claustrofobico. L’uso ossessivo del grandangolo deforma i volti e gli ambienti, trasformando il mondo in una caricatura sinistra di sé stesso. I primi piani diventano aggressioni visive. Le inquadrature sembrano piegarsi sotto il peso di una realtà che progressivamente perde consistenza. Il crematorio, con i suoi corridoi, i forni e le sue ritualità funebri, finisce per assumere la dimensione di un purgatorio burocratico, di una macchina metafisica destinata a divorare ogni residuo di umanità.
L’atmosfera è costantemente mortifera. Non c’è quasi mai bisogno di mostrare la violenza. È sufficiente suggerirla. Farla filtrare attraverso gli sguardi, le parole, i dettagli. Il film possiede una qualità onirica e perturbante che anticipa molte soluzioni del cinema di David Lynch. Non tanto per affinità narrative quanto per la capacità di trasformare il quotidiano in qualcosa di radicalmente estraneo e minaccioso.
Straordinario Rudolf Hrušínský, autore di una delle interpretazioni più memorabili del cinema europeo degli anni Sessanta. Il suo Kopfrkingl non è un mostro nel senso convenzionale del termine. È molto peggio. È un uomo ordinario che scivola verso l’orrore senza mai perdere il sorriso, la cortesia o la convinzione di stare compiendo una missione benefica. La sua calma imperturbabile diventa progressivamente più terrificante di qualsiasi esplosione di follia.
Se un limite si può individuare, è forse nel sottotesto politico, che oggi appare talvolta più esplicito del necessario. Tuttavia sarebbe ingeneroso giudicare il film senza considerare il contesto della sua realizzazione. Girato all’indomani della Primavera di Praga e nel pieno delle tensioni che attraversavano la Cecoslovacchia, il racconto della seduzione totalitaria assume inevitabilmente una dimensione allegorica.
Ma ridurre L’uomo che bruciava i cadaveri a una semplice denuncia del nazismo sarebbe un errore. Il vero tema del film è la spaventosa facilità con cui il linguaggio della compassione, dell’ordine e della purezza può trasformarsi in linguaggio della morte. Herz non racconta soltanto l’ascesa di un’ideologia. Racconta il momento in cui la normalità smette di opporre resistenza all’orrore.
Cinema visionario, macabro e profondamente disturbante. Uno dei vertici assoluti del cinema cecoslovacco e uno dei ritratti più lucidi e spietati della banalità del male mai passati sullo schermo.

David Pacifici