Fu in uno di quei fascicoli che incontrai per la prima volta una strana incongruenza.
Un colono proveniente da Odessa, descrivendo il viaggio compiuto dal fratello prima dell’emigrazione, ricordava di essersi fermato per la notte presso il santuario di San Vartan delle Sette Corone, rifugio frequentato da viaggiatori e mercanti provenienti da tutto il Caucaso.
La frase occupava appena due righe e probabilmente sarebbe sfuggita a chiunque altro. Mi colpì soltanto perché, per ragioni che non saprei più spiegare, conoscevo abbastanza bene la geografia religiosa armena da sapere che nessun luogo simile era mai esistito.
Archiviai la questione come un errore.
Alcuni mesi più tardi, tuttavia, mi capitò di ritrovare lo stesso riferimento in una raccolta di lettere provenienti da Smirne; l’anno seguente comparve nuovamente nel diario di un mercante georgiano e poi, in forma più vaga ma riconoscibile, nelle memorie di un ufficiale russo pubblicate a Buenos Aires. Le testimonianze erano incompatibili sotto ogni aspetto: nessuno descriveva il santuario allo stesso modo, e nello stesso luogo e, tuttavia, tutti ne parlavano come di una realtà indiscutibile.
Quella contraddizione, che avrebbe dovuto dissiparsi man mano che accumulavo informazioni, si fece invece più insistente. Cominciai a scoprire riferimenti ad altri luoghi sconosciuti, a guerre prive di riscontro, a sette religiose che sembravano aver lasciato una traccia profonda nella memoria di uomini appartenenti ai paesi più diversi senza aver lasciato alcuna impronta nella storia. Per qualche anno attribuii tali discrepanze alla mia ignoranza; successivamente, quando il loro numero divenne eccessivo, fui costretto a riconoscere che l’errore doveva trovarsi altrove.
Fu allora che ricevetti la lettera.
Non recava firma né data e il suo stato di conservazione era così singolare da farmi sospettare che fosse stata scritta molto tempo prima della sua consegna. Il foglio portava pieghe profonde e un odore indefinibile di polvere e tabacco orientale. Conteneva una sola frase:
“Se desidera conoscere l’origine delle sue incongruenze, si rechi ad Asunción e chieda di Melkon Arslanian.”
Non saprei dire perché decisi di partire. Oggi credo che la decisione fosse maturata molto prima dell’arrivo di quella lettera. Essa non fece che offrire una direzione a un’inquietudine che da anni cercava una forma.
Trovai Arslanian in una pensione affacciata sul fiume Paraguay. Ricordo il pomeriggio con una precisione dolorosa. L’aria era immobile e le acque del fiume avevano quel colore opaco che precede le tempeste tropicali. L’uomo che mi accolse appariva più alto di quanto avessi immaginato e possedeva quell’eleganza involontaria che talvolta si osserva negli studiosi e nei marinai. Una ruga marcata attraversava la fronte; i capelli, quasi completamente bianchi, contrastavano con un volto sorprendentemente giovane. Ciò che più colpiva, tuttavia, erano gli occhi: non per il colore, che era un comune marrone scuro, ma per una strana qualità dello sguardo. Avevo l’impressione che osservassero costantemente qualcosa posto appena oltre la superficie delle cose, come se la realtà visibile costituisse per lui soltanto il primo strato di un paesaggio molto più vasto.
Quando gli mostrai la lettera non manifestò alcuna sorpresa.
«Mi chiedevo quanto avrebbe impiegato ad arrivare.»
«Conosce chi l’ha scritta?»
Sorrise.
«Le lettere importanti non hanno autore. Hanno soltanto destinatari.»
Quella risposta, che allora mi parve una civetteria intellettuale, avrebbe assunto negli anni successivi un significato assai diverso.
Arslanian non mi parlò più dell’argomento per diverse settimane. Trascorrevamo le giornate passeggiando lungo il fiume o seduti sotto la veranda della pensione, osservando il lento movimento delle imbarcazioni che risalivano il Paraguay verso il Chaco. Si diceva che trasportassero legname di quebracho, tanino, cotone, pelli e macchinari destinati alle colonie dell’interno; ma a me pareva che conducessero soprattutto esili speranze e ricordi di cui nessuno avrebbe più reclamato il possesso.
Le nostre conversazioni sembravano aggirare deliberatamente la questione che mi aveva condotto fin lì. Mi interrogava sulle mie letture, sulle lingue che conoscevo, sulle ragioni che mi avevano spinto a dedicare anni a documenti che quasi nessuno considerava degni di attenzione. Soltanto molto più tardi compresi che quelle domande non erano casuali; stava cercando di capire se possedessi una qualità particolare, non l’erudizione ma una certa disponibilità all’incertezza, una disposizione ad accettare che due affermazioni contraddittorie potessero essere simultaneamente vere.
Una sera, mentre il tramonto trasformava il fiume in una distesa di rame liquido, mi chiese se avessi mai riflettuto sulla sorte delle civiltà che non erano nate. Gli risposi che una civiltà inesistente non possiede alcuna sorte. Arslanian rimase in silenzio per alcuni istanti e infine osservò che esistono lingue che hanno sfiorato la nascita, religioni che hanno mancato il loro profeta per un giorno, imperi che non sono sorti per una decisione presa da un uomo qualunque in una taverna, e mi domandò se davvero immaginassi che tutto questo svanisse senza lasciare traccia.
Partimmo poche settimane dopo.
Il viaggio si protrasse per quasi sette anni e soltanto molto più tardi avrei compreso che il suo scopo non era raggiungere un luogo ma apprendere un metodo. Attraversammo il Brasile, soggiornammo a Porto Alegre presso una famiglia sefardita che custodiva un manoscritto relativo a una disputa teologica avvenuta a Recife nel Seicento tra rabbini, gesuiti e sacerdoti di una religione africana sconosciuta; proseguimmo verso Lisbona, Costantinopoli, Trebisonda, Erzurum e infine l’Armenia. Ovunque emergevano frammenti dello stesso enigma.
A Echmiadzin un anziano vardapet, il cui volto sembrava scolpito nel legno d’ulivo, ci mostrò una cronaca miniata che narrava la storia dell’Impero delle Tre Corone, una potenza caucasica durata quasi due secoli e poi dissolta da guerre dinastiche. Le genealogie erano complete, le miniature raffinate, i riferimenti geografici plausibili. L’unico problema era che quell’impero non era mai esistito. In Persia trovammo monete appartenenti a sovrani ignoti; a Samarcanda consultammo il commentario di una religione nata dall’incontro tra mistici musulmani e cabalisti ebrei, una religione che aveva prodotto eresie, concili, scismi e martiri senza che alcuna fonte indipendente ne conservasse memoria; in Kashmir incontrammo un vecchio pandit che recitava versi di un poema attribuito a un filosofo mai nato.
A poco a poco iniziai a notare qualcosa di ancora più inquietante. Quelle finzioni si citavano reciprocamente. Le guerre inesistenti producevano conseguenze nelle cronache di regni inesistenti; le religioni abortite polemizzavano con altre religioni abortite; i sovrani immaginari stipulavano trattati con dinastie altrettanto immaginarie. Non si trattava di documenti isolati. Si trattava di un mondo.
Fu allora che Arslanian pronunciò per la prima volta il nome dell’Archivio. Non come si rivela un luogo, ma come si allude a qualcosa che esiste da sempre e che nessuno ha mai realmente scoperto.
Raggiungemmo l’Archivio nella torrida estate del 1909, ai margini del deserto del Taklamakan. O forse non era il Taklamakan. Ancora oggi non sono certo che quel luogo appartenesse alla geografia ordinaria. L’edificio appariva all’esterno modesto: una successione di cortili in pietra chiara, prive di qualsiasi monumentalità. Ad accoglierci fu un uomo molto anziano che si presentò, mi spiegò che svolgeva il compito di archivista. Aveva tratti somatici indecifrabili, nei quali si mescolavano segni dell’Asia Centrale, della Transoxiana e delle regioni montuose che separano il Turkestan dalla Cina occidentale. A distanza di anni non saprei dire se il suo volto appartenesse a un kirghiso, a un tagiko, a un ebreo di Bukhara o a una di quelle stirpi erranti che per secoli avevano percorso la Via della Seta. Come certi paesaggi troppo antichi, sembrava aver smarrito l’origine senza perdere la memoria del viaggio. Le sue mani erano straordinariamente eleganti e immobili come quelle di un chirurgo o di un pianista; ebbi l’impressione che non avessero mai compiuto alcun gesto inutile.
All’interno scoprii ciò che nessuna immaginazione avrebbe potuto prepararmi a vedere.
L’archivio era strutturato in centinaia e centinaia di sale stracolme di libri, papiri, carte geografiche e manoscritti, le stanze comunicavano tra loro tramite corridoi che sembravano labirinti. Vi era contenuta la documentazione completa di civiltà che non avevano mai avuto luogo. Vi erano mappe, archivi fiscali, poemi epici, corrispondenze diplomatiche, testi sacri, atti notarili, cronache militari, dispute teologiche, falsificazioni e perfino le falsificazioni delle falsificazioni. Una delle sale custodiva la documentazione relativa all’Impero Guaraní, una potenza che, secondo quelle cronache, avrebbe unificato gran parte del Sudamerica nel XVII secolo; un’altra raccoglieva i testi sacri e i commentari del Culto dei Sette Volti di Abramo, una religione nata dall’incontro tra la Qabbalah, il sufismo e alcune correnti metafisiche dell’India settentrionale; una terza conservava la memoria di un impero sorto sulle rive del lago d’Aral la cui teologia sosteneva che D-o sognasse il mondo ogni notte per poi dimenticarlo ogni mattina, costringendo così la creazione a ricominciare incessantemente da sé stessa.
Ogni civiltà appariva reale. Più precisamente, appariva dotata di quella profondità accidentale che possiede soltanto la realtà.
La mia inquietudine raggiunse il culmine quando mi fu mostrato un volume dedicato ai miei viaggi. Il libro riportava il mio nome. Le prime pagine descrivevano eventi che avevo realmente vissuto; le successive narravano episodi che non erano ancora accaduti. Quando interrogai Arslanian, egli si limitò a sorridere.
«Lei continua a immaginare la realtà come una strada. In verità assomiglia molto di più a una biblioteca.»
Fu in quel momento che formulai per la prima volta un’ipotesi terrificante. Forse l’Archivio non conservava eventi mai accaduti. Forse conservava eventi accaduti altrove. Non in un altro tempo, ma in altre versioni della realtà.
Dormii poco quella notte. Le immagini dell’Archivio continuavano a riaffiorare nei miei pensieri con la precisione dei ricordi autentici e l’inconsistenza dei sogni. Poco prima dell’alba mi assopii sulla poltrona accanto alla finestra e fui svegliato da una luce pallida che filtrava attraverso le tende. La prima cosa che notai fu il silenzio. Non il silenzio ordinario di un edificio addormentato, ma qualcosa di più profondo, come se l’intero complesso trattenesse il respiro.
Cercai Arslanian.
La sua stanza era vuota.
Sul tavolo trovai il libro che stava leggendo la sera precedente, aperto alla stessa pagina, e il bicchiere di tè ormai freddo. Nulla suggeriva una partenza. Attraversai i cortili, interrogai alcuni custodi e percorsi più volte i corridoi dell’Archivio. Nessuno sembrava stupirsi della sua assenza. Alcuni mi guardarono con cortesia, altri con una sorta di indulgente perplessità, come se la mia domanda contenesse un errore che non osavano correggere.
Infine rintracciai il vecchio archivista che ci aveva accolto all’arrivo.
«Sto cercando Melkon Arslanian» dissi.
L’uomo rimase in silenzio per qualche istante.
«Capisco» rispose infine.
«Sa dove si trova?»
Sul suo volto apparve un’espressione che non saprei definire con precisione. Non era sorpresa, né tristezza; somigliava piuttosto alla pazienza che si riserva a un malato o a un bambino.
«Lei continua a chiamarlo con quel nome?» domandò.
«Quale altro dovrei usare?»
L’anziano abbassò lo sguardo.
«Quelli come lui ne hanno molti.»
«Allora lo conosceva.»
«Conoscevo la sua missione»
Attesi una spiegazione che non arrivò.
«Dove posso trovarlo?»
Questa volta il silenzio fu più lungo.
«Da nessuna parte» disse infine. «O forse nel medesimo luogo in cui si trovano adesso l’Impero delle Tre Corone, il Culto dei Sette Volti di Abramo e tutte le altre cose che le ha mostrato.»
«Non capisco.»
Il vecchio mi osservò per alcuni secondi.
«No, non so dove può trovarlo» disse con una sfumatura di malinconia. «È precisamente per questo che era necessario che lei lo incontrasse.»
Negli anni successivi tentai più volte di rintracciare Arslanian. Tornai a Costantinopoli, a Trebisonda, a Erevan e persino ad Asunción. Ovunque trovai persone che ricordavano me, il mio passaggio, talvolta persino le nostre conversazioni; nessuno, tuttavia, sembrava conservare memoria di lui. Fu ad Echmiadzin che un anziano monaco mi mostrò una fotografia scattata molti anni prima del nostro incontro. Tra le figure ritratte riconobbi immediatamente Arslanian. La cosa inquietante era che appariva identico: la stessa ruga, lo stesso sguardo, la stessa età indefinibile.
Gli anni trascorsero e, come accade spesso agli enigmi che non riusciamo a risolvere, la vicenda dell’Archivio sembrò gradualmente ritirarsi nelle regioni più remote della memoria; tuttavia, a partire dal 1927, cominciai a imbattermi in fenomeni che resero impossibile ogni tentativo di dimenticanza. A Berlino lessi uno studio dedicato all’Impero delle Tre Corone; pochi anni dopo un archeologo francese annunciò il ritrovamento di monete appartenenti a quella dinastia e, prima che il decennio si concludesse, una monografia universitaria ne esaminava già l’organizzazione amministrativa come se nessuno avesse mai dubitato della sua esistenza.
Lo stesso processo si verificò per decine di altre civiltà custodite nell’Archivio. Guerre inesistenti entrarono nei manuali, religioni abortite divennero oggetto di convegni accademici, sovrani immaginari acquisirono genealogie sempre più dettagliate, mentre il numero degli studiosi disposti a metterne in discussione l’autenticità diminuiva di anno in anno fino quasi a scomparire. All’inizio pensai a una mistificazione; successivamente a una contagiosa forma di follia accademica; infine fui costretto a considerare una spiegazione più radicale. Forse l’Archivio stava lentamente colonizzando il passato. Forse gli storici, citando quei documenti, non stavano descrivendo la storia ma modificandola. Forse il passato non era un territorio immobile bensì una materia instabile che poteva essere riscritta.
Oggi, nell’ultimo inverno della mia vita, mi accade talvolta di aprire un’enciclopedia e di imbattermi in eventi che non ricordo di aver studiato durante la giovinezza. Talvolta si tratta di una guerra combattuta nel Caucaso, talvolta di una religione nata a Bassora e diffusasi fino al Kashmir, talvolta di una dinastia dell’Asia Centrale che, ne sono quasi certo, nessun libro menzionava quando ero giovane.
Potrei attribuire queste anomalie all’età; sarebbe la spiegazione più semplice. Tuttavia non posso fare a meno di ricordare una frase che lessi in un manoscritto nell’Archivio:
“La storia è la parte della finzione che ha ottenuto abbastanza testimoni.”
Sono quasi certo che proseguisse:
“E il mondo non è altro che la leggenda che, tra tutte, ha avuto maggior fortuna.”
Non rividi mai più Melkon Arslanian. Non ritrovai mai più l’Archivio.
Ma alcune delle sue civiltà, col passare degli anni, entrarono nei libri di storia.
Questo è tutto ciò che so.
Ed è più di quanto vorrei sapere.
David Pacifici