Accadde a Praga, nell’inverno del 1954, durante una conferenza di orientalisti alla quale ero stato invitato più per un equivoco bibliografico che per merito. Avevo allora trentotto anni e trascorrevo i miei mesi dividendomi tra l’insegnamento della filologia semitica e una più segreta ossessione: la ricerca di un idioma assoluto, anteriore alle parole e forse persino agli uomini. Non ero il primo a inseguire quell’ombra. Gli alchimisti di Cordova, alcuni cabalisti di Safed e perfino un oscuro grammatico persiano del XII secolo, Farid al-Kazaruni, avevano lasciato allusioni a una lingua primordiale che non serviva a descrivere il mondo ma a produrlo. Secondo quella tradizione, Adamo non nominava le cose, ma le creava pronunciandole. Naturalmente attribuii tali racconti alla metafisica, che è una delle forme più sofisticate della nostalgia. Poi incontrai, sempre a Praga il dottor Vilem Horák.
Horák abitava nel quartiere di Malá Strana tra il Castello e il Ponte Carlo, in una casa stretta e verticale che sembrava costruita più per difendersi dal tempo che dagli uomini. Mi ricevette senza cordialità. Aveva occhi chiarissimi, quasi trasparenti; parlava un tedesco duro, pieno di esitazioni, come se ogni parola dovesse attraversare una regione ostile prima di arrivare alla bocca.
Sul tavolo della sua biblioteca vidi manoscritti in sanscrito, trattati lurianici, copie del Sefer Yetzirah, diagrammi astrologici, un’edizione latina del Corpus Hermeticum e, cosa che allora mi colpì poco ma che oggi considero essenziale, una grammatica elementare per bambini sordomuti. Parlammo fino a notte. O meglio: egli parlò e io credetti di comprenderlo.
A un certo punto disse:
“La confusione delle lingue non è stata una punizione. È stata una misericordia.” Pensai subito a Babele. Gli chiesi se si riferisse al passo della Genesi. Horák mi guardo dritto negli occhi.
“Lei continua a immaginare che gli uomini siano stati separati perché incapaci di comprendersi. È l’opposto. Furono separati perché avevano cominciato a comprendersi troppo.”
Quella frase mi accompagnò per anni.
Molto tempo dopo, a Fez, lessi un frammento attribuito a un rabbino di Smirne morto forse nel Quattrocento. Il testo sosteneva che prima della dispersione gli uomini non parlavano un’unica lingua ma una sola intenzione.
Le parole erano differenti già allora; ciò che coincideva perfettamente era il significato.
Ne fui turbato.
Ogni incomprensione umana — pensai — potrebbe essere soltanto superficiale. Come il moto caotico delle onde sopra un mare immobile.
Nel 1963 mi recai a Varanasi. Là incontrai un vecchio asceta che sedeva da anni presso i ghat del Manikarnika. Disse di appartenere a una setta che considerava il linguaggio una malattia dell’Assoluto.
Mi parlò del Nada Brahma, il suono originario da cui deriverebbe l’universo. Quando gli citai il tetragramma ebraico egli rise.
“Quattro lettere? ” disse. “Noi diciamo che D-o non ha bisogno neppure di una sillaba.”
Quella notte sognai una biblioteca infinita i cui libri erano scritti in tutte le lingue conosciute.
Li aprivo uno dopo l’altro. Non riuscivo a leggere una sola frase.
Poi compresi, nel sogno, qualcosa di spaventoso: tutti i libri raccontavano esattamente la stessa storia.
Mi svegliai sudato e in preda al panico.
Negli anni successivi raccolsi testimonianze che allora giudicai, stupidamente, marginali.
Un missionario gesuita nelle Filippine sosteneva di aver confessato un moribondo senza conoscere la sua lingua e di aver tuttavia compreso ogni peccato. Un matematico polacco mi scrisse che certe formule, osservate abbastanza a lungo, producevano nella mente un’impressione semanticamente identica alla preghiera. Un paziente afasico dell’ospedale di Trieste, incapace di parlare da mesi, aveva improvvisamente pronunciato una frase in aramaico biblico davanti alla morte della madre. Nessuno dei presenti conosceva quella lingua. Eppure tutti compresero.
Cominciai allora a sospettare una verità più inquietante di qualsiasi eresia: forse gli uomini si comprendono sempre.
La parola sarebbe soltanto una difesa. Ripensai a certe discussioni politiche, a certi matrimoni, a certi interminabili dialoghi amorosi. Quanto tempo sprechiamo fingendo di non capire ciò che l’altro desidera, teme o nasconde. Forse l’equivoco è volontario.
Forse l’intera civiltà è costruita sopra una gigantesca cortesia reciproca: quella di fingere opacità per non invaderci completamente.
Il 20 febbraio 1971 ricevetti l’ultimo messaggio di Horák. Una cartolina senza firma proveniente da Gerusalemme.
Conteneva soltanto una frase in latino:
Si homines perfecte intellegerentur, mundus statim arderet.
Se gli uomini si comprendessero perfettamente, il mondo brucerebbe immediatamente.
Molti anni dopo, ormai vecchio, tornai a sfogliare gli appunti di quella ricerca. Mi accorsi allora di un dettaglio che avevo ignorato. I testi sacri, le formule ermetiche, i diagrammi cabalistici, i mantra vedici e persino certi sistemi matematici non cercavano davvero di comunicare qualcosa. Tentavano piuttosto di rallentare la comprensione. Come veli. Come ostacoli pietosi. Fu allora che compresi il vero significato della dispersione di Babele.
Dio non confuse le lingue per impedire agli uomini di costruire una torre. La torre era già stata costruita.
Era la mente stessa.
Egli confuse le lingue affinché gli uomini potessero continuare a restare separati abbastanza da sopportarsi, amarsi, uccidersi e perdonarsi senza precipitare nell’insostenibile chiarezza di un’unica coscienza.
Da allora sospetto che ogni dialogo umano sia una traduzione deliberatamente imperfetta. E talvolta, nelle notti più silenziose, mi sorprende un pensiero ancora più agghiacciante: che il vero terrore per l’uomo consista in un universo dove nessuna parola possa più proteggerci da ciò che l’altro vede in noi.
David Pacifici