La morte di Umberto Bossi segna la scomparsa di un protagonista politico in un periodo storico fondamentsle dell’Italia repubblicana.
Bossi non è mai stato, in senso proprio, un ideologo. La sua forza non risiedeva nella produzione di concetti, ma nella capacità di dare forma a una materia pre-politica, densa, opaca: un grumo di interessi territoriali, pulsioni produttive e risentimenti fiscali che, fino alla fine della Guerra fredda, erano rimasti in gran parte compressi dentro le architetture disciplinanti dei partiti di massa.
Con il 1989, e con il conseguente collasso non solo geopolitico ma simbolico del mondo bipolare, quella materia perde i suoi contenitori. La fine del blocco sovietico non produce soltanto un riequilibrio internazionale: dissolve, più radicalmente, la possibilità stessa di pensare l’Italia come comunità orientata da un orizzonte etico-politico condiviso. È in questo vuoto che Bossi si installa.
La sua lingua scabra, triviale, aggressiva non è un limite, ma serve a scorticare la retorica residuale dell’“italiano brava gente” e a far affiorare un’Italia diversa, meno raccontabile, fatta di distretti industriali, di micro-imprenditorialità diffusa, partite iva, di accumulazione senza rappresentazione.
È l’Italia che lavora, produce, esporta, ma che non si riconosce più nello Stato come forma di sintesi, bensì lo percepisce come attrito, prelievo, interferenza.
In questo senso, la prima Lega non è un progetto politico nel senso classico, ma una vera e propria formazione espressiva che non costruisce un ordine, ma rende visibile una frattura già operante. Bossi non organizza un’ideologia, organizza un malessere che ha già trovato le proprie coordinate materiali nella geografia economica del Nord-Est produttivo.
E tuttavia, proprio in questa sua apparente rozzezza, si annida una forma di intelligenza politica che molti dei suoi contemporanei non hanno saputo esercitare: la capacità di intuire che la transizione post-fordista italiana non avrebbe prodotto un nuovo universalismo, ma una proliferazione di particolarismi competitivi, ciascuno geloso del proprio spazio fiscale, simbolico, identitario.
Tutto ciò che verrà dopo dalla mutazione genetica della Lega alla generalizzazione del paradigma populista, non farà che radicalizzare e, al tempo stesso, banalizzare quella intuizione originaria.
Bossi, in questo senso, non appartiene al passato, appartiene a una soglia. È la figura che registra, quasi sismograficamente, il passaggio da un’Italia ancora strutturata da grandi narrazioni collettive a un’Italia frammentata, contrattuale, dove il legame sociale si ridefinisce continuamente a partire da interessi immediati e localizzati.
Non è stato elegante, non è stato sistematico, non è stato nel senso alto del termine “pensante”. Ma ha visto prima di molti altri quello che sarebbe diventata l’Italia.