Esiste un filo rosso che unisce Raymond Carver e David Foster Wallace: entrambi raccontano la sofferenza dell’uomo contemporaneo. Ma lo fanno percorrendo due strade opposte.
Carver scava nel silenzio. I suoi personaggi non possiedono le parole per nominare ciò che li attraversa. Il dolore rimane ai margini del discorso, si deposita in una tazza lasciata sul tavolo, in un matrimonio consumato dall’abitudine, in una telefonata che non arriva. La sua è una poetica dell’ellissi: ciò che conta è sempre ciò che non viene detto.
Foster Wallace, al contrario, descrive un mondo in cui il silenzio è ormai impossibile. L’Io è saturo di linguaggio, di analisi, di autocoscienza. Non soffre perché ignora se stesso, ma perché non riesce più a smettere di interpretarsi. Se Carver racconta la povertà delle parole, Wallace racconta la loro inflazione.
In fondo sono i due estremi della stessa malattia. Da una parte il soggetto che non riesce a simbolizzare la propria esperienza; dall’altra quello che la simbolizza senza tregua, fino a dissolverla. L’uno è condannato al mutismo, l’altro al monologo infinito.
Davanti a questa differenza strutturale dei due autori mi è tornato in mente Mimesis di Erich Auerbach. Nel suo celebre saggio, Auerbach individua due matrici della letteratura occidentale: quella omerica, che illumina ogni dettaglio e rende tutto esplicito, e quella biblica, che procede per omissioni, silenzi e profondità inesauribili.
È difficile non vedere in Carver un lontano erede della tradizione biblica: i suoi racconti vivono di vuoti, di reticenze, di ciò che il lettore è costretto a intuire più che a leggere. Wallace, invece, sembra raccogliere l’eredità della tradizione omerica: nulla rimane nell’ombra, ogni pensiero viene esposto, analizzato, rincorso fino allo stremo.
Ma è proprio qui che avviene il ribaltamento più sorprendente in entrambi gli autori. In Omero, l’esaustività rende il mondo trasparente; in Wallace, l’eccesso di discorso produce invece opacità. Nella Bibbia, il non detto apre una profondità inesauribile; in Carver, il silenzio diventa il segno di una frattura, dell’impossibilità stessa di comunicare.
La scrittura post moderna sembra lavorare sul paradosso dei codici del canone Occidentale
Questa, secondo me, è una delle trasformazioni più radicali della modernità: le due grandi forme della mimesi sopravvivono, ma hanno invertito il loro effetto. L’abbondanza delle parole non chiarisce più il reale anzi lo rende di fatto ininterpretabile, mentre il silenzio non custodisce necessariamente una profondita, ma il sintomo di una impossibilità.
È in questa oscillazione che si muove gran parte della letteratura degli ultimi cinquant’anni: tra il rischio di non trovare mai le parole e quello, di esserne definitivamente sommersi.