Il primo LP dei DMZ, pubblicato nel 1978, si colloca in un punto di tensione estremamente fertile della storia del rock americano: un momento in cui la furia iconoclasta del punk si intreccia con una pulsione archeologica verso il garage anni Sessanta, producendo attrito continuo e programmatico. I DMZ nascono a Boston nella metà degli anni Settanta attorno alla figura di Jeff Conolly, personaggio già segnato da un’ossessione per il suono di band come The Sonics, The Standells e The Seeds, ossessione che si traduce non in semplice revivalismo, ma in una vera e propria volontà di riportare quel linguaggio allo stato originario, liberandolo dalle incrostazioni nostalgiche.
Boston, in quegli anni, non è New York né Londra, ma è comunque attraversata da una scena sotterranea in fermento, dove l’eco del CBGB e delle prime deflagrazioni punk arriva filtrata ma incisiva. I DMZ si inseriscono in questo contesto come un’anomalia: troppo rozzi e primordiali per essere assimilati pienamente al punk “intellettualizzato” della new wave, ma anche troppo violenti e accelerati per essere ridotti a semplice garage revival. Il loro suono è essenzialmente una riattivazione: prendono il vocabolario dei Sixties e lo sottopongono a una compressione nervosa, a una velocizzazione che lo rende contemporaneo e aggressivamente presente.
Il disco, prodotto da Flo & Eddie, è emblematico proprio in questa sua ambiguità: da un lato la produzione cerca di rendere il suono più accessibile, più “radiofonico”, dall’altro la band sembra costantemente sabotare ogni tentativo di levigatura con una esecuzione che resta sporca, scomposta, volutamente elementare. Brani come “Don’t Jump Me Mother” o “Baby Talk” funzionano come detonatori: strutture minime, riff ossessivi, voce isterica, il tutto sostenuto da una sezione ritmica che non accompagna ma spinge, quasi inciampa in avanti.
Ciò che rende questo LP interessante, anche a distanza, è proprio la sua posizione liminale. Non è ancora pienamente il revival consapevole che emergerà negli anni Ottanta con gruppi come i Fuzztones o i Chesterfield Kings, ma non è più nemmeno il punk nella sua forma più radicale e distruttiva. È, piuttosto, un momento di transizione in cui il passato viene riattivato come arma e non come “ritorno all’eden perduto”. In questo senso, i DMZ anticipano una linea sotterranea del rock americano che passerà proprio da Boston, basti pensare ai Lyres, ancora guidati da Conolly, e che continuerà a interrogare il rapporto tra autenticità e reinvenzione.
Se il punk aveva proclamato la tabula rasa, i DMZ sembrano suggerire qualcosa di diverso: non azzerare, ma scavare, riportare alla luce un suono primario e restituirgli una nuova violenza. Il risultato è un disco imperfetto, a tratti ripetitivito, ma proprio per questo spontaneo, perché incapace o non disposto a trasformarsi in prodotto compiuto. In questa tensione irrisolta tra passato e presente, tra forma e impulso, che si gioca la sua vera rilevanza storica.
David Pacifici