Le Stelle di Mario Schifano (1967), considerato il disco più raro italiano da sempre, con quotazioni vertigionose di migliaia di euro, occupa un luogo singolare nella storia della musica italiana. Non solo un disco particolarissimo ma un vero “precipitato” di un esperimento culturale nato all’interno di una stagione in cui sembrava ancora possibile abbattere le frontiere tra le arti e immaginare un’opera capace di comprendere simultaneamente musica, pittura, cinema, performance e vita quotidiana.
Per comprendere il significato del disco occorre partire dalla figura di Mario Schifano. Alla metà degli anni Sessanta Schifano era probabilmente l’artista italiano più vicino allo spirito della Pop Art internazionale. Pittore, cineasta, animatore culturale, personaggio mondano e irregolare, era affascinato dalla cultura giovanile e dalle nuove forme di espressione che stavano emergendo nel mondo anglosassone. In particolare lo colpiva la possibilità che il rock potesse diventare qualcosa di più di un fenomeno musicale, trasformandosi in linguaggio artistico complessivo. In questo senso il parallelo con Andy Warhol e i Velvet Underground è inevitabile. Tuttavia, se l’operazione warholiana si sviluppava all’interno del sofisticato ecosistema newyorkese, quella di Schifano nasceva in un contesto più fragile, periferico e improvvisato, segnato da una continua oscillazione tra intuizione geniale e dilettantismo creativo.
Il gruppo che finirà per assumere il nome di Le Stelle di Mario Schifano si forma attorno alle figure di Giandomenico Crescentini e Urbano Orlandi, cui si affiancano Nello Marini e Sandro Cerra. L’incontro con Schifano non deve essere interpretato come un semplice rapporto tra mecenate e musicisti. L’artista vede infatti nella band un’estensione della propria ricerca e tenta di inserirla in un più vasto progetto estetico che comprende happening, film sperimentali, concerti e interventi visivi. Il trasferimento a Roma e successivamente a Torino per le registrazioni rappresenta il tentativo di trovare un ambiente capace di accogliere questa contaminazione di linguaggi.
Quando l’album viene pubblicato nel novembre del 1967, il panorama musicale italiano è ancora dominato dalla canzone tradizionale, dal beat e dalle prime forme di rock nazionale. In questo contesto Le Stelle di Mario Schifano appare come un oggetto alieno. La tiratura limitata (generalmente stimata attorno alle cinquecento copie) e il persistente enigma delle versioni stampate su vinile rosso contribuiscono immediatamente a costruirne la leggenda. A rafforzare tale dimensione concorre anche la sua particolare modalità di distribuzione. Il disco non circola soltanto attraverso i normali canali commerciali, ma entra nel circuito delle gallerie d’arte, dove viene proposto insieme a litografie numerate a prezzi largamente superiori a quelli di un comune LP. Il disco cessa così di essere un semplice supporto musicale e aspira a una condizione diversa: non più prodotto culturale ma oggetto artistico-reliquia.
È nella struttura stessa dell’album che si manifesta la sua natura più interessante. Le due facciate sembrano appartenere a universi differenti.
Il lato A si presenta come una lunga deriva psichedelica, improvvisativa e frammentaria. Le composizioni rinunciano spesso alla forma tradizionale e sembrano inseguire la dimensione dell’esperienza pura. La musica procede per accumulo, per suggestioni, per atmosfere. Vi si avverte una componente amatoriale che potrebbe apparire un limite ma che finisce invece per diventare parte integrante del fascino dell’opera. Più che un disco, sembra il documento sonoro di un evento, la registrazione imperfetta di qualcosa che stava accadendo in un determinato luogo e in un determinato momento.
Il lato B appare invece più vicino a coordinate riconoscibili. Emergono strutture compositive più definite, melodie più leggibili e una psichedelia che dialoga apertamente con il rock e il pop dell’epoca. È qui che l’influenza dei Velvet Underground diventa maggiormente percepibile, pur senza mai tradursi in imitazione. La band dimostra di possedere una sensibilità autonoma e una capacità di assimilare modelli internazionali adattandoli a una sensibilità italiana ancora in fase embrionale.
La frattura tra le due facciate non è semplicemente musicale. È una frattura teorica. Da una parte l’arte come gesto libero, aperto e sperimentale; dall’altra la canzone come forma riconoscibile e condivisibile. Il disco sembra incapace di scegliere definitivamente tra questi due poli e proprio per questo assume un valore particolare. Non racconta una sintesi raggiunta ma una tensione irrisolta.
Per questa ragione Le Stelle di Mario Schifano non può essere considerato un capolavoro nel senso tradizionale del termine. Non possiede la compattezza dei grandi album psichedelici inglesi né la coerenza delle opere che avrebbero definito il progressive italiano negli anni successivi. È piuttosto un’opera liminale, un documento di possibilità ancora aperte, un archivio di intuizioni talvolta incompiute ma straordinariamente rivelatrici.
A distanza di sessant’anni il suo interesse non risiede soltanto nelle qualità musicali, che rimangono diseguali, ma nella sua capacità di testimoniare un momento storico in cui le arti sembravano poter dialogare senza confini prestabiliti. In questo senso il disco continua a esercitare una singolare attrazione: non come monumento perfetto, ma come traccia di un esperimento incompiuto, di una promessa mancata che proprio per la sua incompiutezza conserva ancora oggi qualcosa di vivo e inquieto.
Per comprendere il significato del disco occorre partire dalla figura di Mario Schifano. Alla metà degli anni Sessanta Schifano era probabilmente l’artista italiano più vicino allo spirito della Pop Art internazionale. Pittore, cineasta, animatore culturale, personaggio mondano e irregolare, era affascinato dalla cultura giovanile e dalle nuove forme di espressione che stavano emergendo nel mondo anglosassone. In particolare lo colpiva la possibilità che il rock potesse diventare qualcosa di più di un fenomeno musicale, trasformandosi in linguaggio artistico complessivo. In questo senso il parallelo con Andy Warhol e i Velvet Underground è inevitabile. Tuttavia, se l’operazione warholiana si sviluppava all’interno del sofisticato ecosistema newyorkese, quella di Schifano nasceva in un contesto più fragile, periferico e improvvisato, segnato da una continua oscillazione tra intuizione geniale e dilettantismo creativo.
Il gruppo che finirà per assumere il nome di Le Stelle di Mario Schifano si forma attorno alle figure di Giandomenico Crescentini e Urbano Orlandi, cui si affiancano Nello Marini e Sandro Cerra. L’incontro con Schifano non deve essere interpretato come un semplice rapporto tra mecenate e musicisti. L’artista vede infatti nella band un’estensione della propria ricerca e tenta di inserirla in un più vasto progetto estetico che comprende happening, film sperimentali, concerti e interventi visivi. Il trasferimento a Roma e successivamente a Torino per le registrazioni rappresenta il tentativo di trovare un ambiente capace di accogliere questa contaminazione di linguaggi.
Quando l’album viene pubblicato nel novembre del 1967, il panorama musicale italiano è ancora dominato dalla canzone tradizionale, dal beat e dalle prime forme di rock nazionale. In questo contesto Le Stelle di Mario Schifano appare come un oggetto alieno. La tiratura limitata (generalmente stimata attorno alle cinquecento copie) e il persistente enigma delle versioni stampate su vinile rosso contribuiscono immediatamente a costruirne la leggenda. A rafforzare tale dimensione concorre anche la sua particolare modalità di distribuzione. Il disco non circola soltanto attraverso i normali canali commerciali, ma entra nel circuito delle gallerie d’arte, dove viene proposto insieme a litografie numerate a prezzi largamente superiori a quelli di un comune LP. Il disco cessa così di essere un semplice supporto musicale e aspira a una condizione diversa: non più prodotto culturale ma oggetto artistico-reliquia.
È nella struttura stessa dell’album che si manifesta la sua natura più interessante. Le due facciate sembrano appartenere a universi differenti.
Il lato A si presenta come una lunga deriva psichedelica, improvvisativa e frammentaria. Le composizioni rinunciano spesso alla forma tradizionale e sembrano inseguire la dimensione dell’esperienza pura. La musica procede per accumulo, per suggestioni, per atmosfere. Vi si avverte una componente amatoriale che potrebbe apparire un limite ma che finisce invece per diventare parte integrante del fascino dell’opera. Più che un disco, sembra il documento sonoro di un evento, la registrazione imperfetta di qualcosa che stava accadendo in un determinato luogo e in un determinato momento.
Il lato B appare invece più vicino a coordinate riconoscibili. Emergono strutture compositive più definite, melodie più leggibili e una psichedelia che dialoga apertamente con il rock e il pop dell’epoca. È qui che l’influenza dei Velvet Underground diventa maggiormente percepibile, pur senza mai tradursi in imitazione. La band dimostra di possedere una sensibilità autonoma e una capacità di assimilare modelli internazionali adattandoli a una sensibilità italiana ancora in fase embrionale.
La frattura tra le due facciate non è semplicemente musicale. È una frattura teorica. Da una parte l’arte come gesto libero, aperto e sperimentale; dall’altra la canzone come forma riconoscibile e condivisibile. Il disco sembra incapace di scegliere definitivamente tra questi due poli e proprio per questo assume un valore particolare. Non racconta una sintesi raggiunta ma una tensione irrisolta.
Per questa ragione Le Stelle di Mario Schifano non può essere considerato un capolavoro nel senso tradizionale del termine. Non possiede la compattezza dei grandi album psichedelici inglesi né la coerenza delle opere che avrebbero definito il progressive italiano negli anni successivi. È piuttosto un’opera liminale, un documento di possibilità ancora aperte, un archivio di intuizioni talvolta incompiute ma straordinariamente rivelatrici.
A distanza di sessant’anni il suo interesse non risiede soltanto nelle qualità musicali, che rimangono diseguali, ma nella sua capacità di testimoniare un momento storico in cui le arti sembravano poter dialogare senza confini prestabiliti. In questo senso il disco continua a esercitare una singolare attrazione: non come monumento perfetto, ma come traccia di un esperimento incompiuto, di una promessa mancata che proprio per la sua incompiutezza conserva ancora oggi qualcosa di vivo e inquieto.
David Pacifici