Gli aspetti paradossalmente utili di vivere in un periodo così agghiacciante sono anche questi: ti obbliga a riaprire libri che avevi sfogliato trent’anni prima che non avevi capito. Mi è successo rileggendo Furio Jesi, soprattutto Mito, Violenza e memoria e L’accusa del sangue. E la sensazione inquietante è che Jesi avesse compreso con un anticipo impressionante qualcosa che oggi appare osceno nella sua evidenza: l’antisemitismo moderno non nasce necessariamente dall’odio dichiarato verso gli ebrei, ma dalla costruzione mitologica di una figura simbolica su cui concentrare ansie, colpe, pulsioni morali e fantasie di purificazione collettiva.
Jesi aveva capito che a un certo punto il linguaggio politico smette di descrivere il reale e comincia invece a produrre “liturgia”. Le parole cessano di essere strumenti analitici e diventano formule evocative, oggetti rituali, condensatori emotivi. Nell’Europa del Novecento le parole-totem erano sangue, terra, razza, purezza, tradizione, decadenza. E l’ebreo in quel contesto diventava allora il contenitore simbolico di tutte le contraddizioni europee: insieme capitalista e rivoluzionario, cosmopolita e tribale, apolide e infiltrato. Non serviva alcuna coerenza.
Il mito non deve essere logico; deve funzionare emotivamente.
L’attualità di Jesi è iimpressionante perché oggi, dentro una grammatica ideologica apparentemente opposta, il funzionamento simbolico si riproduce identico.
Cambiano soltanto le parole “sacre”: colonialismo, apartheid, genocidio, suprematismo, decolonizzazione. Ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Israele non viene mai trattato come uno Stato reale immerso nella brutalità geopolitica mediorientale, con i suoi errori, le sue contraddizioni, le sue paure e la sua violenza storica. Viene trasformato in allegoria metafisica del Male occidentale.
Ed è qui che emerge la sproporzione patologica del fenomeno. Mentre gli Uiguri vengono internati in Cina, gli oppositori impiccati in Iran, i massacri in Sudan ignorati, i cristiani sterminati in Nigeria, gli Yazidi dimenticati, le donne cancellate dallo spazio pubblico in Afghanistan e intere guerre africane totalmente rimosse dal discorso pubblico occidentale, Israele occupa invece una centralità ossessiva, permanente, rituale. Non siamo più semplicemente dentro l’indignazione politica. Siamo dentro una costruzione mitologica.
Ed è precisamente ciò che Jesi aveva descritto: la politica che smette di pensare e comincia a officiare. La realtà concreta diventa secondaria rispetto alla funzione emotiva del simbolo.
Israele deve incarnare qualcosa; deve diventare il punto di condensazione morale attraverso cui una parte dell’Occidente mette in scena la propria innocenza spettacolare.
Nel Novecento l’ebreo disturbava il mito della purezza nazionale europea. Oggi Israele disturba il mito della purezza morale progressista occidentale.
In entrambi i casi il meccanismo profondo è identico: la necessità di un elemento impurificante capace di sostenere narrativamente la comunità dei “giusti”.
Questo l’aspetto più perturbante: vedere riapparire meccanismi che Jesi aveva analizzato nelle mitologie politiche europee del Novecento proprio dentro ambienti convinti di rappresentarne l’antitesi assoluta. Non il ritorno del fascismo nelle sue forme storiche, ma il ritorno della stessa fame di semplificazione morale, della stessa ebbrezza dello schieramento, della stessa trasformazione della complessità storica in teatro simbolico.
David Pacifici