La parashà di Balak racconta uno degli episodi più sorprendenti della Torah. Balak, re di Moab, terrorizzato dall’avanzata di Israele, assolda il veggente Balaam affinché maledica il popolo ebraico. Durante il viaggio, però, accade qualcosa di paradossale: l’asina di Balaam vede un angelo che il suo padrone, pur celebre per le sue presunte capacità profetiche, non riesce a scorgere. Solo quando D-o gli apre gli occhi Balaam comprende la propria cecità. Giunto infine davanti all’accampamento d’Israele, ogni tentativo di pronunciare una maledizione viene trasformato da D-o in una benedizione.
Sul piano psicoanalitico Balaam è una figura straordinariamente moderna. Non rappresenta tanto il male quanto un Io colonizzato dal desiderio dell’Altro. Non osserva mai la realtà a partire da una posizione autentica: il suo sguardo è già occupato dall’aspettativa di Balak. La sua funzione non è la conoscenza ma produrre il discorso che il potere desidera ascoltare. È il soggetto alienato, incapace di distinguere ciò che vede da ciò che è chiamato a vedere.
Per questo il vero miracolo della parashà non consiste nella trasformazione delle maledizioni in benedizioni. Il miracolo è che il reale resista a ogni tentativo di manipolazione. Balaam cambia più volte punto di osservazione, convinto che basti modificare la prospettiva per ottenere una realtà diversa. Ma ciò che muta è soltanto il suo fantasma; l’oggetto rimane irriducibile ai suoi desideri e alle sue aspettative.
Anche l’episodio dell’asina, spesso letto come una scena ironica, rivela una profondità inattesa. L’animale rappresenta una forma di percezione non ancora deformata dal narcisismo, dall’ambizione e dal bisogno di confermare la propria immagine. Vede perché non deve dimostrare nulla. Balaam, invece, proprio in quanto veggente, è accecato dalla necessità di esserlo.
Cosa ci vuol dire la Torah? Forse ci vuole dire che la cecità più insidiosa non nasce dall’ignoranza, ma dall’eccessiva fiducia nel proprio sapere. Quando il bisogno di incarnare la verità diventa più forte del desiderio di comprendere, il mondo smette di rivelarsi e diventa soltanto lo specchio delle nostre convinzioni. Ed è allora che chi possiede meno prestigio, meno potere e perfino meno parole può cogliere la verità con una lucidità che sfugge ai sapienti.