Tra i libri di Franz Kafka, quello che continuo a prediligere è America. Lo lessi da adolescente e da allora mi è rimasto come il romanzo kafkiano più enigmatico e, allo stesso tempo, più rivelatore. Non soltanto perché anticipa con straordinaria lucidità alcune forme della modernità sociale, ma perché sotto la superficie del racconto, apparentemente dedicato all’esperienza dell’emigrazione, si intravede una struttura simbolica che rimanda con forza alla condizione ebraica della diaspora.
Kafka cominciò a scrivere il romanzo nel 1912 e non lo portò a termine; fu Max Brod a pubblicarlo postumo nel 1927 con il titolo Der Verschollene, “Il disperso”. Già questa parola “disperso” possiede una risonanza che va oltre la vicenda individuale di Karl Rossmann: il giovane protagonista, spedito oltreoceano dopo uno scandalo familiare, attraversa infatti il continente americano come una figura costantemente dislocata, sempre ammessa provvisoriamente in un ambiente e immediatamente espulsa da quello successivo. Non conquista mai una dimora stabile; passa piuttosto da un’istituzione all’altra, da una gerarchia sociale a un’altra, come se il mondo moderno fosse una macchina che distribuisce continuamente posizioni senza mai concedere un vero radicamento.
Letto in questa prospettiva, America appare quasi come una grande allegoria della galut, l’esperienza dell’esilio che ha segnato per secoli la storia ebraica. Karl Rossmann non è soltanto un emigrante: è un individuo la cui identità resta sempre estranea rispetto agli ordini sociali che lo accolgono. La sua innocenza non lo protegge; al contrario, lo espone costantemente a nuove forme di giudizio, di disciplina, di subordinazione. In questo senso la logica narrativa del romanzo ricorda, in forma secolarizzata, il rapporto fra l’uomo e la Legge che attraversa la tradizione ebraica: una Legge che struttura il mondo ma che, nello stesso tempo, rimane spesso distante e incomprensibile.
È significativo che Kafka costruisca questa allegoria proprio attraverso l’immagine dell’America, cioè attraverso il mito moderno della terra promessa. L’America del romanzo non è una realtà geografica; è piuttosto un’immensa architettura sociale immaginata a partire da frammenti di giornali, racconti e fantasie di progresso. Kafka, che non visitò mai gli Stati Uniti, inventa così un continente che somiglia a una gigantesca organizzazione burocratica: hotel monumentali, uffici, scale gerarchiche interminabili, relazioni di potere che si ridefiniscono continuamente.
Dentro questa struttura si muove Karl Rossmann come una figura dell’erranza. Non è il protagonista tragico e immobilizzato che incontriamo nel Processo o nel Catello; è piuttosto un errante che attraversa la modernità senza riuscire a coincidere con nessuna delle identità che gli vengono assegnate. L’America diventa così il luogo simbolico in cui la promessa di integrazione si trasforma continuamente in nuova estraneità.
Il punto più enigmatico del romanzo resta l’episodio del Teatro Naturale dell’Oklahoma, che annuncia di accogliere chiunque desideri entrarvi. L’immagine possiede la forma di una chiamata universale: tutti sono invitati, nessuno è respinto. In filigrana, si può leggere qui una parodia della promessa messianica: un luogo in cui finalmente la dispersione troverebbe una forma di raccolta. Kafka lascia tuttavia la scena sospesa, senza stabilire se quella promessa sia autentica o se rappresenti soltanto un ulteriore ingranaggio della grande organizzazione del mondo.
Per questo America continua a esercitare un fascino singolare: dietro il racconto dell’emigrazione si dispiega una riflessione più profonda sulla condizione dell’ebreo nella modernità, sospeso fra memoria dell’esilio e promessa di integrazione. Un romanzo che, sotto l’apparenza di una storia americana, parla in realtà di un’esperienza molto più antica: quella di un popolo abituato a vivere nel mondo senza mai smettere di interrogarsi su dove, davvero, si trovi la propria casa.