Ho sempre amato questa poesia di Yehuda Amichai.
Il titolo evoca immediatamente uno degli episodi più enigmatici della Torah: la lotta notturna di Giacobbe con l’angelo al guado dello Iabbok.
Amichai compie una sorta di straordinario midrash moderno sul racconto di Giacobbe e l’angelo.
Non interpreta il testo biblico; lo disloca. Lo trasferisce dal piano teologico a quello esistenziale.
Nella Genesi, Giacobbe lotta tutta la notte con una figura misteriosa. Nessuno dei due prevale veramente. Alla fine Giacobbe riceve una benedizione e un nuovo nome: Israele.
Amichai trasforma la lotta di Giacobbe con l’angelo in una notte d’amore. Ma il significato profondo rimane lo stesso: esistono incontri dai quali non si esce vincitori o vinti, ma feriti e diversi da prima.
“Lei lo stringeva così, e lo sconfisse. / E anch’egli la stringeva, e la sconfisse.”
La ripetizione è decisiva. Non esiste un vincitore. Ogni amore autentico modifica l’altro e ne viene modificato. Ogni incontro profondo è una sconfitta dell’illusione dell’autosufficienza.
Qui emerge un tema profondamente ebraico: l’identità non nasce dall’autonomia ma dalla relazione. Non diventiamo noi stessi da soli. Diventiamo noi stessi nell’incontro con ciò che ci resiste, che ci obbliga a uscire dai confini della nostra identità e a confrontarci con l’alterità.
Anche il rifiuto reciproco di pronunciare i nomi è straordinariamente significativo.
Nella Torah il nome non è una semplice etichetta. Conoscere il nome significa possedere qualcosa della sua essenza. Nel racconto dello Iabbok Giacobbe chiede il nome all’angelo e non lo ottiene. In questa poesia i due amanti rinunciano volontariamente ai loro nomi. Per una notte abitano uno spazio precedente alle definizioni, alle biografie, alle identità sociali.
Sono soltanto due esseri sospesi tra desiderio e perdita.
Poi arriva l’alba.
E qui Amichai introduce il dettaglio più sorprendente dell’intera poesia: Giacobbe, nella Bibbia, all’alba scopre la propria ferita. Esce dalla lotta zoppicando. L’amante di Amichai invece osserva i segni lasciati dal costume da bagno sulla pelle della donna.
La grande ferita metafisica della tradizione viene sostituita da una traccia minima, quotidiana, fragile. Eppure il significato è lo stesso. Anche qui l’incontro lascia un segno. Anche qui la notte produce una trasformazione.
La poesia raggiunge però il suo vertice negli ultimi versi.
“E lui ne seppe il nome e le permise / di andare.”
Nella Genesi Giacobbe riceve una benedizione prima di lasciare andare l’angelo. L’uomo apprende finalmente il nome della donna proprio nel momento in cui la perde.
È una delle intuizioni più profonde di Amichai: comprendiamo veramente molte persone soltanto quando stanno già uscendo dalla nostra vita.
Da una prospettiva ebraica la poesia suggerisce qualcosa di molto profondo. La benedizione non consiste qui nel trattenere. Consiste nel lasciare andare.
Giacobbe voleva trattenere l’angelo. L’amante della poesia, invece, lo lascia partire.
Per questo la poesia è attraversata da una malinconia molto ebraica. Non quella della disperazione, ma quella della transitorietà. L’idea che gli incontri più importanti siano spesso quelli che non possiamo possedere. Che l’identità si costruisca attraverso ciò che ci attraversa e poi che può scomparire.
Amichai compie una straordinaria inversione del racconto biblico. Nella Torah un uomo lotta con un angelo e diventa Israele. Qui un uomo trascorre una notte con una donna e scopre una verità non meno importante: che l’amore, come ogni autentica benedizione, lascia un segno ma non si lascia trattenere.
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