Tra i grandi noir britannici del dopoguerra, Get Carter occupa un posto particolare. Non soltanto perché è uno dei film più importanti diretti da Mike Hodges, ma perché rappresenta probabilmente il punto di incontro perfetto tra il gangster movie classico, il cinema sociale inglese e il revenge movie moderno. A oltre cinquant’anni dalla sua uscita conserva una forza corrosiva che molti film del genere hanno perduto.
Jack Carter, gangster londinese, torna nella sua Newcastle natale per indagare sulla morte del fratello. Ma ciò che in altri film sarebbe il punto di partenza per una tradizionale storia di vendetta, qui diventa un viaggio negli strati più sordidi e degradati dell’Inghilterra industriale del tempo. Un mondo in cui non esistono eroi, redenzioni o codici morali. Esistono soltanto rapporti di forza.
Livido, violento, cinico e attraversato da un umorismo nerissimo, Get Carter è uno dei rari casi in cui la vendetta non viene romanticizzata ma mostrata nella sua dimensione più brutale e autodistruttiva. Carter non è un giustiziere. È parte integrante dello stesso universo corrotto che pretende di punire. Ed è proprio questa ambiguità morale a rendere il film così moderno.
La regia di Hodges è esemplare. Secca, essenziale, priva di qualsiasi compiacimento estetico. Si avverte ancora l’influenza del Free Cinema britannico, soprattutto nella capacità di utilizzare gli spazi urbani come elemento narrativo e non come semplice sfondo. Newcastle non è una location: è un personaggio. Le sue architetture industriali, i terreni incolti, i pub fumosi, gli edifici degradati e le periferie spazzate dal vento contribuiscono a costruire un’atmosfera di desolazione morale che pochi film hanno saputo eguagliare.
Particolarmente interessante è il lavoro sulla fotografia e sull’uso del grandangolo. Nelle scene d’azione e nei momenti di maggiore tensione, la deformazione prospettica produce una sensazione costante di disagio e instabilità. È un cinema che rifiuta la spettacolarizzazione e preferisce immergere lo spettatore in un ambiente ostile e soffocante.
Ma il vero centro del film rimane l’interpretazione di Michael Caine. Carter è probabilmente uno dei personaggi più duri e inquietanti della sua carriera. Caine lo interpreta con una straordinaria economia di mezzi: pochi gesti, poche parole, nessuna psicologia esibita. La sua presenza basta a dominare ogni scena. È un predatore che si muove in un ecosistema popolato esclusivamente da altri predatori.
A rendere il tutto ancora più memorabile contribuisce la splendida colonna sonora di Roy Budd, uno dei temi più riconoscibili del cinema inglese degli anni Settanta. Elegante e minacciosa, accompagna perfettamente il tono del film senza mai sovrastarlo.
Rivisto oggi, Get Carter appare anche come il ritratto di un paese arrivato al termine di una stagione. La Swinging London, la rivoluzione dei costumi, l’ottimismo degli anni Sessanta sono ormai un ricordo lontano. Al loro posto rimangono disillusione, violenza, pornografia, droga e una società che sembra aver smarrito qualsiasi centro morale. In questo senso il film anticipa molte delle inquietudini che caratterizzeranno il cinema britannico degli anni successivi.
Lo vidi per la prima volta all’inizio degli anni Novanta, a Londra, nello storico Electric Cinema di Portobello Road. Ricordo ancora la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di radicalmente diverso dai gangster movie americani che avevo amato fino ad allora. Più sporco, più freddo, più realistico. E soprattutto molto più pessimista.
David Pacifici