Sono fotogenico (1980) è uno dei film più sottovalutati di Dino Risi. Uscì quando la commedia all’italiana aveva ormai perso la sua centralità e il film fu scambiato per una pellicola di genere. In realtà è un film che fotografa con impietosa lucidità il declino del cinema italiano. E ci fa entrare nel sottobosco di tutto ciò che viveva attorno a Cinecittà.
Antonio Barozzi, interpretato da un magnifico Renato Pozzetto, è convinto di avere il volto giusto per diventare una star. Lascia la provincia lombarda e arriva a Roma inseguendo il sogno di Cinecittà. Non trova però il mondo scintillante delle celebrità. Trova invece il suo sottobosco. Pensioni decadenti,  aspiranti attori, comparse di terzordine, starlette, procuratori truffaldini, fotografi di book scadenti,  sedicenti produttori, talent scout improvvisati, rapaci sessuali. Un’umanità sospesa tra sopravvivenza e miraggio.
In questo universo si muove Antonio Pedretti, interpretato da un superlativo Aldo Maccione. Sempre in movimento. Sempre pieno di contatti. Sempre pronto a promettere occasioni straordinarie. Pedretti è l’intermediario del nulla. Vive delle speranze altrui. È grottesco ma riconoscibilissimo. Risi lo osserva con ironia e precisione.
Straordinaria è anche la folla di personaggi che attraversa il racconto. Il Commendator Del Giudice di Julien Guimar (strepitoso). I capigruppo delle comparse di Cinecittà. La proprietaria della Pensione Primavera interpretata da Annunziata Pozzaglia. Figure che sembrano vivere in un limbo.
Esilarante è la lunga sequenza della scuola di recitazione loweniana-gestaltica guidata dal grande regista-guru omosessuale Guimar. Gli allievi partecipano a esercizi improbabili. Sedute collettive. Improvvisazioni pseudo-psicologiche. Risi costruisce una satira feroce dell’avanguardia culturale di quegli anni. Ride del narcisismo artistico. Delle pose intellettuali. Della retorica dell’autenticità.
A rendere ancora più di culto il film contribuiscono i numerosi camei. Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli e Barbara Bouchet interpretano se stessi. Sono le divinità dell’Olimpo cinematografico. Appaiono per pochi minuti ma bastano a evocare il cinema “vero”.
Accanto a Pozzetto troviamo una splendida Edwige Fenech. Compaiono inoltre volti che diventeranno familiari negli anni Ottanta, come Massimo Boldi, Serena Grandi e Lory Del Santo. Il film finisce così per trasformarsi anche in una preziosa fotografia di un’epoca.
Il vero centro dell’opera resta però Renato Pozzetto. La sua interpretazione è perfetta. Antonio Barozzi un marziano atterrato sulla terra.  Impassibile e stralunato, uno dei pochi attori che assimila l’umorismo surreale del mondo anglosassone. Attraverso i suoi occhi scopriamo un mondo fondato sull’apparenza, sull’autoinganno e sulla continua produzione di illusioni.
Rivisto oggi, Sono fotogenico appare profetico. Più che una commedia sul cinema è una commedia sulla macchina dei sogni e sulle persone che restano bloccate ai suoi margini. Un film che osserva il tramonto del grande cinema italiano con lucidità, malinconia ema con ironia che, a distanza di anni, continua a suonare sorprendentemente amara.

David Pacifici