Pubblicato nel 1970, quando Holman aveva già quarantadue anni, Here In The Land Of Victory si colloca deliberatamente ai margini della stagione psichedelica, assumendone il linguaggio soltanto per piegarlo a una scrittura più introspettiva, irregolare, spiritualmente inquieta, nella quale il folk rock si impregna di suggestioni eastern e di un immaginario sciamanico, sospeso tra prateria e visione, in una traiettoria che richiama l’estetica luminosa e allucinata di Donovan e, al tempo stesso, la lezione più profonda di Tim Buckley, soprattutto nel modo in cui la voce diventa gesto, scarto espressivo, tensione emotiva che attraversa la forma-canzone senza mai stabilizzarsi.
Brani come Pink Lemonade, Today Is Almost Here e il blues obliquo Red Is the Apple costituiscono il nucleo più alto del disco: tre episodi di forte impatto visionario, costruiti su immagini rapide, su un lirismo frammentato e su un senso costante di sospensione, che conferiscono all’album un carattere unitario e riconoscibile, lontano sia dalla psichedelia decorativa sia dal folk tradizionale.
Il disco fu un netto insuccesso commerciale, aggravato da una scelta iconografica infelice – la copertina che ritrae il cantante-attore accanto a un uomo ubriaco – incapace di restituire la densità simbolica e l’intensità poetica dell’opera; riascoltato oggi, Here In The Land Of Victory si impone come un lavoro laterale, appartato, coerentemente inattuale, e proprio per questo prezioso, una gemma irrisolta della stagione folk-psichedelica americana che merita una riscoperta consapevole.
 
David Pacifici