C’è un dettaglio della Torah che spesso passa inosservato e che invece contiene una delle intuizioni più profonde dell’intera tradizione biblica.
Dopo la lotta notturna al guado dello Iabbok, Giacobbe riceve un nuovo nome: Israele. «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai prevalso».
Eppure la Torah non obbedisce fino in fondo a questa dichiarazione. Nelle pagine successive continua a chiamarlo sia Giacobbe sia Israele.
La cosa è sorprendente. Quando Abram diventa Abramo e Sarai diventa Sara, il cambiamento è definitivo. Con Giacobbe no. Come se il testo volesse dirci che esistono trasformazioni che non cancellano ciò che siamo stati.
Giacobbe e Israele non sono due persone diverse. Sono due dimensioni della stessa persona.
Giacobbe è l’uomo della fragilità, dell’esilio, dell’inquietudine. È colui che fugge dal fratello, che lavora vent’anni per ottenere ciò che ama, che teme continuamente di perdere ciò che possiede. È l’uomo che cerca una benedizione.
Israele è l’uomo che, dopo aver attraversato la notte, scopre che la benedizione non consiste nella vittoria ma nella capacità di sostenere il conflitto. Non è più forte di prima: è più consapevole.
Per questo la Torah conserva entrambi i nomi. Perché nessuno diventa Israele una volta per tutte. Nessuna maturazione cancella definitivamente le paure, le ferite e le contraddizioni che ci hanno accompagnato. Continuiamo a essere Giacobbe anche quando, per un istante, riusciamo a essere Israele.
Da questo punto di vista il patriarca più moderno non è Abramo, uomo della fede, né Mosè, uomo della legge. È Giacobbe: l’uomo diviso, complesso, mai del tutto pacificato con sé stesso.
E c’è un ultimo dettaglio straordinario. Dopo la lotta, Giacobbe riceve una benedizione, ma non viene guarito. Rimane zoppicante.
La modernità ci ha abituati a pensare che la crescita significhi eliminare le ferite. La Torah suggerisce qualcosa di molto diverso: la vera trasformazione non consiste nel guarire da ogni ferita, ma nel continuare a camminare portandola con sé.
Forse per questo il popolo ebraico non prende il nome da Abramo, da Mosè o da David.
Prende il nome da un uomo che ha trascorso un’intera notte a lottare e che all’alba cammina ancora zoppicando.
David Pacifici