Il pregiudizio più persistente nei confronti dei prodotti mass-culture, tra cui certo il cinema, ma anche la letteratura di consumo e altre forme seriali, consiste nel confondere la povertà estetica con la povertà semiotica, come se la semplicità formale, la ripetizione e la destinazione commerciale implicassero necessariamente una debolezza nella produzione di senso. In realtà, proprio la convenzionalità estetica è la condizione di una specifica complessità semiotica, perché questi testi operano all’interno di codici già stabilizzati, e ogni loro elemento è immediatamente inscritto in una rete di relazioni che eccede la sua presenza materiale.
In un prodotto mass-culture, nulla è mai semplicemente ciò che è: tutto rinvia a una competenza pregressa del fruitore. Un’immagine, una situazione, una figura narrativa non valgono per la loro unicità, ma per la loro riconoscibilità.
Ed è proprio questa riconoscibilità a renderle semioticamente dense, poiché funzionano come segni già codificati, portatori di memoria culturale. Il genere appare così come una forma di economia simbolica, in cui il senso emerge attraverso variazioni minime all’interno di strutture condivise.
Come ha mostrato Jurij Lotman, la complessità semiotica non dipende dalla novità assoluta, ma dalla posizione degli elementi in un sistema. Un testo altamente codificato non è meno informativo, ma diversamente informativo: il suo significato nasce dall’interazione tra previsione e deviazione. La prevedibilità non è quindi un limite, ma la condizione stessa della differenza: ogni scarto acquista valore solo sullo sfondo di una norma.
Ne deriva che un prodotto mass-culture può essere esteticamente semplice, ma semioticamente complesso, perché ogni elemento funziona come segno di segni, nodo di una rete che coinvolge l’intero archivio culturale del genere. La sua semplicità è solo superficiale: sotto di essa si articola un sistema sofisticato di codici, aspettative e memorie.
Il prodotto mass-culture non rappresenta dunque il grado zero del linguaggio, ma una delle sue forme più pienamente socializzate. Non inventa necessariamente forme nuove, ma trasforma e redistribuisce forme esistenti, producendo senso non attraverso l’inedito, bensì attraverso il riconoscimento e la variazione. Ciò che appare ripetizione estetica è, sul piano semiotico, un campo strutturato in cui il significato nasce dal gioco tra convenzione e differenza.
David Pacifici