Se L’arcobaleno della gravità rappresenta la cattedrale enciclopedica del postmoderno, un testo-mondo in cui paranoia, entropia e storia si fondono in una vertiginosa cosmologia narrativa, Vineland ne costituisce il controcanto grottesco e crepuscolare: la stessa intelligenza visionaria filtrata attraverso l’immaginario della cultura di massa, dei serial televisivi, dei fumetti underground e della psichedelia ormai ridotta a reperto archeologico.
È forse il romanzo più sorprendente di Pynchon, quello in cui il registro alto e quello basso raggiungono una fusione perfetta. I personaggi sembrano usciti da una tavola di Robert Crumb, caricature iperboliche eppure profondamente umane, mentre la trama procede come una lunga allucinazione pop attraversata da malinconia e disincanto.
Sotto la superficie comica, però, si cela una delle riflessioni più penetranti sulla sconfitta storica della controcultura americana. Vineland racconta il momento in cui le utopie degli anni Sessanta si trasformano in nostalgia, i movimenti di opposizione vengono assorbiti dallo spettacolo e il dissenso diventa merce culturale. In questo senso il romanzo è una straordinaria anatomia della transizione dagli anni delle speranze collettive all’epoca della restaurazione conservatrice.
L’ombra di Ronald Reagan incombe sull’intero libro come simbolo di un nuovo paradigma: il trionfo dell’immagine sulla politica, del consumo sull’impegno, della sorveglianza sul conflitto sociale. Pynchon osserva con lucidità la “fine delle ideologie” annunciata dagli anni Ottanta e ne mostra il prezzo umano e culturale: la guerra alla droga, il riflusso individualista, il fondamentalismo religioso, la trasformazione della memoria stessa in intrattenimento.
Pochi romanzi americani hanno saputo raccontare con altrettanta efficacia la distanza che separa una rivoluzione sognata da una rivoluzione mancata. Ed è forse proprio questo paradosso a renderlo così irresistibile: Vineland è uno dei libri più divertenti della letteratura contemporanea, ma dietro ogni risata si avverte il rumore di un’epoca che si spegne