Tra i testi che il grande incendio della biblioteca di Herat distrusse nel 1885, il catalogo compilato dal viaggiatore ungherese Armin Vámbéry menziona un volume anonimo intitolato Il Trattato della Seconda Veglia. Dell’opera non sopravvivono copie certe. Restano soltanto tre riferimenti indiretti: una citazione persiana del XVII secolo, un frammento in greco-battriano conservato a Istanbul e il resoconto, probabilmente apocrifo, di un mercante armeno che sostiene di avere incontrato gli ultimi adepti della setta presso le montagne di Bamyan. A questi documenti, già di per sé problematici, bisogna aggiungere una nota siriaca rinvenuta a Mossul nel 1897, un commentario ebraico di Bukhara, alcune righe attribuite al cronista Ma Huan, interprete dell’ammiraglio Zheng He, e una serie di testimonianze moderne che, per la loro apparente incongruenza, gli studiosi hanno preferito ignorare.
Secondo tali fonti, i Dormienti della Seconda Notte professavano una cosmologia radicalmente opposta a quella ordinaria. Per essi il sonno non costituiva un’interruzione della coscienza, ma il suo stato perfetto; la vita quotidiana, al contrario, rappresentava una forma degradata e intermittente dell’essere. L’uomo sveglio sarebbe stato soltanto la proiezione incompleta del proprio sé addormentato, una scheggia provvisoria, un avanzo di unità precipitato nella povertà dell’individualità. Non il contrario. Un frammento attribuito alla setta afferma: “Quando dormi ritorni all’unità. Quando ti svegli diventi individuo.”
L’orrore implicito di tale dottrina sfuggì ai primi commentatori europei, i quali vi videro una delle molte stravaganze metafisiche sorte nei territori incerti tra l’Iran orientale, l’India buddhista e le province ellenizzate dell’Asia Centrale. Se i Dormienti avevano ragione, tuttavia, l’identità personale che ciascuno di noi attribuisce a sé stesso durante il giorno — il nome, il volto, i ricordi, le passioni, la voce con cui ci riconosciamo nel silenzio — sarebbe soltanto un impoverimento temporaneo di qualcosa di immensamente più vasto che esiste altrove, nel sonno; e non sarebbe meno illusoria la convinzione, così naturale da sembrarci indiscutibile, che ogni corpo corrisponda a un solo essere.
Gli adepti sostenevano infatti che più persone potessero condividere inconsapevolmente il medesimo sognatore profondo. Il frammento greco di Istanbul utilizza una formula che per molti anni giudicai soltanto simbolica: “Molti uomini sono le membra sparse di uno stesso dormiente.” Da questa premessa derivavano conseguenze teologiche vertiginose. La morte, per esempio, non veniva interpretata come fine della coscienza, ma come incapacità definitiva di ritornare nel sogno originario; per questo i Dormienti non temevano il morire quanto l’insonnia, che consideravano il vero anticipo della dannazione. I loro monasteri — se davvero esistettero — erano costruiti senza finestre e quasi interamente sottoterra; il candidato trascorreva anni apprendendo tecniche respiratorie, formule mnemoniche, privazioni progressive e dormizioni rituali destinate a sciogliere l’io vigile e a prolungare l’accesso al sognatore comune. Il mercante armeno riferisce che alcuni adepti dormivano fino a venti ore consecutive e consideravano sacrilega ogni attività compiuta all’alba. La loro preghiera principale consisteva in una frase che compare, con minime varianti, in tutte le fonti sopravvissute: “Liberaci dalla brutalità del risveglio.”
Per molto tempo ritenni tali notizie una curiosità erudita, non più inquietante delle molte cosmologie gnostiche secondo cui il mondo sarebbe il risultato di una caduta, di una dimenticanza o di un errore divino. Fu soltanto raccogliendo testimonianze provenienti da luoghi e secoli diversi che cominciai a sospettare l’esistenza di una tradizione più antica, più dispersa e forse meno umana di quanto suggerissero i suoi stessi frammenti. Una cronaca siriaca del IX secolo menziona, quasi incidentalmente, una comunità di monaci presso Nisibis che ritenevano il sonno una forma superiore di preghiera; un commentario attribuito a un rabbino di Merv confuta una setta secondo cui Adamo non sarebbe stato il primo uomo ma il primo risvegliato; un testo buddhista proveniente da Khotan, tradotto in cinese durante la dinastia Tang, racconta di asceti che cercavano di dissolvere la propria individualità attraverso sogni condivisi; infine, in una glossa marginale a un trattato medico arabo, si parla di uomini nati incompleti perché “appartenenti a un corpo più vasto”.
Quest’ultimo dettaglio mi parve a lungo secondario. Oggi non ne sono più sicuro. Una caratteristica ricorrente nelle testimonianze riguardanti i Dormienti consiste infatti nella comparsa di individui fisicamente anomali: uomini privi di una mano, nani dalla testa troppo grande, ciechi da un solo occhio, donne con iridi di colore differente, vecchi il cui volto sembrava appartenere a due età incompatibili. I commentatori medievali interpretarono tali deformità come allegorie dell’imperfezione della veglia. I Dormienti, se dobbiamo credere al frammento di Istanbul, erano meno inclini alla metafora. Per loro nessun uomo sveglio era realmente completo.
La nota siriaca di Mossul fornisce il primo esempio preciso. Vi si narra di un monaco nestoriano di nome Bar Sauma, vissuto forse nell’XI secolo, affetto da nanismo e da una malformazione delle mani che lo costringeva a scrivere reggendo la penna tra il polso e l’avambraccio. Per quarant’anni egli avrebbe copiato un manoscritto intitolato Libro del Ritorno nel Dormiente, ma i confratelli testimoniarono che il testo mutava durante la notte: capitoli copiati con assoluta fedeltà il giorno precedente risultavano alterati al mattino, non per mano del copista, che dormiva in una cella chiusa, ma come se il libro, entrando nel sonno, ritrovasse una versione più antica di sé stesso. Quando Bar Sauma morì, il manoscritto fu bruciato; alcuni affermarono che le fiamme non consumarono le pagine, ma soltanto le parole.
Un secondo documento proviene da Bukhara e riguarda un rabbino cieco dell’occhio destro, Yehudà ben Nissim, che nel XII secolo compose un commentario oggi perduto al primo versetto della Genesi. Secondo due citazioni superstiti, Yehudà sosteneva che l’espressione tohu va-vohu non indicasse il caos originario, ma la condizione della coscienza prima del risveglio, quando tutte le anime non erano ancora distinte e il mondo non aveva ancora commesso l’errore della separazione. La tradizione locale racconta che il rabbino, pur essendo privo di una mano, descrivesse nei sogni dita che non possedeva e che al risveglio provasse dolore in quelle dita immaginarie. I suoi discepoli interpretarono il fatto come un miracolo. I Dormienti lo avrebbero considerato un ricordo.
Tra le testimonianze più singolari figura poi una nota marginale attribuita a Ma Huan, interprete e cronista dell’ammiraglio Zheng He. Il documento, oggi disperso, sarebbe stato conservato fino al XIX secolo in una collezione privata di Canton; secondo una copia parziale consultata da Vámbéry, durante una delle grandi spedizioni dell’eunuco imperiale nell’Oceano Indiano, una piccola imbarcazione proveniente dalla costa del Makran si sarebbe avvicinata alla flotta cinese in una notte senza luna. A bordo vi erano tre uomini. Non commercianti, non pellegrini, non emissari. Dormienti. Così almeno li definisce il testo.
La descrizione dei tre uomini è di quelle che difficilmente una falsificazione tarda avrebbe inventato con tanta inutile precisione. Il primo era altissimo e completamente glabro, con un orecchio tagliato e una cicatrice che gli attraversava il labbro superiore; il secondo era un nano dalla pelle chiarissima, che parlava persiano ma pregava in una lingua che Ma Huan non riconobbe; il terzo, apparentemente il più giovane, aveva un occhio verde e uno nero e sembrava incapace di restare sveglio per più di pochi minuti. Chiesero acqua, datteri e un luogo dove riposare. Zheng He, che nel corso dei suoi viaggi aveva incontrato imam, monaci buddhisti, yogin, bramini, mercanti ebrei e principi indù, ordinò che fossero accolti sulla nave ammiraglia. Quella notte conversò con loro per molte ore. Nessuno sa cosa si dissero. La cronaca conserva soltanto una frase pronunciata dagli stranieri: “Voi navigate sopra il mare. Noi navighiamo sopra il sognatore.”
La mattina seguente erano scomparsi. Le sentinelle giurarono di non averli visti lasciare la nave; un servo affermò che i loro giacigli erano ancora caldi, ma che sulla stuoia del più giovane era rimasta una piccola quantità di sabbia nera, identica, secondo un marinaio del Fujian, a quella delle coste che la flotta avrebbe raggiunto soltanto molti mesi dopo. La nota attribuita a Zheng He termina con una frase che mi ha sempre turbato più della scomparsa stessa: “Se questi uomini mentono, la loro menzogna è più vasta dell’impero.” Naturalmente non possediamo alcuna prova che la frase sia autentica. Ma neppure possediamo prove che non lo sia.
Un altro episodio, assai più tardo, mi fu riferito a Kabul nell’autunno del 1919 da un medico persiano di nome Farhad Nuri, benché non abbia mai potuto stabilire se quello fosse il suo vero nome. La città era allora attraversata da febbri, carovane militari, agenti russi e inglesi, mendicanti ciechi e pellegrini che sembravano provenire da tutte le regioni dell’Asia. Nuri era un uomo di statura insolitamente bassa, forse a causa di una malformazione infantile; la sproporzione tra il torso ampio e le gambe corte gli conferiva un’andatura oscillante che ricordava quella dei marinai. Più notevoli erano gli occhi. Il destro, di un marrone quasi nero, pareva vivo e febbrile; il sinistro, lattiginoso e percorso da sottili venature azzurre, sembrava appartenere a un morto. Quando parlava aveva l’abitudine di chiudere l’occhio sano e fissare l’interlocutore con l’altro, il che produceva una sensazione di intimità sgradevole, come se non fosse lui a guardare ma qualcosa che si serviva imperfettamente del suo volto.
Nuri sosteneva di essere stato iniziato, durante la giovinezza, a una confraternita sufi collegata ai Dormienti della Seconda Notte. Dopo quaranta giorni di isolamento, digiuno parziale e privazione intermittente del sonno, avrebbe finalmente raggiunto ciò che la confraternita chiamava “la soglia inversa”. Durante un sonno durato poche ore, egli avrebbe vissuto un’intera esistenza: un’altra infanzia, un’altra madre, un’altra lingua, perfino un altro volto. Ricordava di essere stato una donna in una città bianca costruita attorno a un lago nero; ricordava un marito zoppo, tre figli, un mercato coperto da tende gialle, un incendio, la vecchiaia, la morte. Al risveglio pianse, non perché il sogno fosse svanito, ma perché la nostra realtà gli appariva improvvisamente artificiale e povera. “Qui tutto pesa troppo,” mi disse. “Nel sonno le cose non avevano bisogno di esistere per essere vere.”
Non lo rividi mai più. Alcuni mesi dopo mi dissero che era morto di febbre; altri sostennero che fosse partito per Bamyan; un mercante hazara, interrogato per caso molti anni più tardi, affermò di averlo visto a Kashgar, immutato, con lo stesso occhio morto e la stessa andatura oscillante. Non so quale versione sia vera. Forse lo sono tutte, se la dottrina che egli mi espose non era del tutto falsa.
Molti anni dopo, a Ginevra, lessi in un commentario neoplatonico una frase attribuita — forse erroneamente — a un filosofo di Balkh: “Gli uomini credono di sognare durante il sonno perché non sopporterebbero l’idea di essere sognati durante la veglia.” Fu allora che iniziai a provare una sensazione nuova e sgradevole, non paura ma riconoscimento, come se quelle dottrine, studiate per decenni con distacco filologico, avessero sempre parlato di una regione della mia esperienza che mi ero ostinato a non nominare.
Con l’età, infatti, i ricordi della mia vita cominciarono a comportarsi in modo anomalo. Alcuni episodi perfettamente reali si dissolvevano con sorprendente rapidità, mentre sogni remoti acquistavano una nitidezza crescente; volti incontrati per un’ora nella veglia scomparivano in pochi giorni, mentre ricordavo con precisione città che non avevo mai visitato, cortili nei quali non ero mai entrato, conversazioni svolte in lingue che ignoravo da sveglio e che pure, durante il sonno, parlavo con naturalezza. Una notte sognai per la terza volta la città costruita attorno al lago nero descritta da Farhad Nuri; riconobbi edifici, vicoli, cortili, un ponte di pietra attraversato da cani magrissimi e una donna dagli occhi di colore differente che vendeva melograni sotto un portico. La cosa più inquietante fu che anch’essa sembrava riconoscere me.
Quando mi svegliai provai la stessa nostalgia che si prova lasciando una città reale. Nei giorni successivi cercai di ricordare il volto della donna, ma esso si ricomponeva sempre in modo diverso: talvolta era giovane, talvolta vecchio; talvolta le mancava l’orecchio sinistro, talvolta aveva una mano troppo piccola; soltanto gli occhi restavano identici, uno scuro e uno chiaro, come se appartenessero non a lei ma alla memoria di qualcun altro. Fu allora che ripensai alla formula greca di Istanbul: “Molti uomini sono le membra sparse di uno stesso dormiente.”
Alcuni anni fa, riordinando i miei appunti, mi accorsi di una coincidenza che avevo ignorato per oltre quarant’anni. Bar Sauma, il monaco nano di Mossul; Yehudà ben Nissim, il rabbino privo di una mano; i tre uomini incontrati da Zheng He; Farhad Nuri, il medico persiano dagli occhi incompatibili; la donna del lago nero; perfino certi personaggi minori che avevo annotato distrattamente — un astronomo di Kashgar nato senza orecchie, una vedova georgiana che sosteneva di ricordare sogni avuti dal fratello morto, un copista di Herat afflitto da una zoppia che mutava gamba nelle testimonianze dei suoi contemporanei — presentavano tutti una medesima incompletezza, non identica ma complementare, come se ciascuno custodisse la mancanza che in un altro diventava eccesso. Presi allora le fotografie, i disegni, le descrizioni manoscritte e li disposi sul tavolo.
Per qualche tempo non compresi ciò che stavo osservando. Poi ebbi l’impressione che quelle immagini, accostate l’una all’altra, componessero qualcosa. Non una famiglia. Non una stirpe. Un volto.
Da allora non ho più aperto quella cartella. Non sostengo che la vita sia un sogno. Questa idea è troppo antica per essere davvero inquietante. Il sospetto che mi accompagna è un altro: che il dormiente non sia uno, e che ciascuno di noi appartenga, senza saperlo, ai sogni di esseri diversi; oppure, cosa forse peggiore, che noi stessi non siamo uomini completi ma frammenti provvisori, membra disperse, organi di una coscienza sepolta che di notte tenta di ricordarsi e di giorno si dimentica in noi.
Questo spiegherebbe molte cose: le affinità improvvise, gli amori incomprensibili, certe nostalgie prive di causa, il terrore del mattino, quella sensazione occasionale di riconoscere un luogo mai visto o di attendere qualcuno che non abbiamo mai conosciuto. Se così fosse, la nostra vera parentela non dipenderebbe dal sangue, dalla lingua o dalla memoria. Dipenderebbe dal sognatore.
Talvolta, quando mi sveglio nel cuore della notte senza sapere esattamente chi sono né dove mi trovo, mi capita di portare la mano al volto e di trovarvi, per qualche istante, lineamenti che non riconosco. La sensazione dura poco. Abbastanza, tuttavia, perché io comprenda l’orrore dei Dormienti e la ragione della loro preghiera.
Non chiedevano di dormire. Chiedevano di non essere restituiti a noi stessi.
Secondo tali fonti, i Dormienti della Seconda Notte professavano una cosmologia radicalmente opposta a quella ordinaria. Per essi il sonno non costituiva un’interruzione della coscienza, ma il suo stato perfetto; la vita quotidiana, al contrario, rappresentava una forma degradata e intermittente dell’essere. L’uomo sveglio sarebbe stato soltanto la proiezione incompleta del proprio sé addormentato, una scheggia provvisoria, un avanzo di unità precipitato nella povertà dell’individualità. Non il contrario. Un frammento attribuito alla setta afferma: “Quando dormi ritorni all’unità. Quando ti svegli diventi individuo.”
L’orrore implicito di tale dottrina sfuggì ai primi commentatori europei, i quali vi videro una delle molte stravaganze metafisiche sorte nei territori incerti tra l’Iran orientale, l’India buddhista e le province ellenizzate dell’Asia Centrale. Se i Dormienti avevano ragione, tuttavia, l’identità personale che ciascuno di noi attribuisce a sé stesso durante il giorno — il nome, il volto, i ricordi, le passioni, la voce con cui ci riconosciamo nel silenzio — sarebbe soltanto un impoverimento temporaneo di qualcosa di immensamente più vasto che esiste altrove, nel sonno; e non sarebbe meno illusoria la convinzione, così naturale da sembrarci indiscutibile, che ogni corpo corrisponda a un solo essere.
Gli adepti sostenevano infatti che più persone potessero condividere inconsapevolmente il medesimo sognatore profondo. Il frammento greco di Istanbul utilizza una formula che per molti anni giudicai soltanto simbolica: “Molti uomini sono le membra sparse di uno stesso dormiente.” Da questa premessa derivavano conseguenze teologiche vertiginose. La morte, per esempio, non veniva interpretata come fine della coscienza, ma come incapacità definitiva di ritornare nel sogno originario; per questo i Dormienti non temevano il morire quanto l’insonnia, che consideravano il vero anticipo della dannazione. I loro monasteri — se davvero esistettero — erano costruiti senza finestre e quasi interamente sottoterra; il candidato trascorreva anni apprendendo tecniche respiratorie, formule mnemoniche, privazioni progressive e dormizioni rituali destinate a sciogliere l’io vigile e a prolungare l’accesso al sognatore comune. Il mercante armeno riferisce che alcuni adepti dormivano fino a venti ore consecutive e consideravano sacrilega ogni attività compiuta all’alba. La loro preghiera principale consisteva in una frase che compare, con minime varianti, in tutte le fonti sopravvissute: “Liberaci dalla brutalità del risveglio.”
Per molto tempo ritenni tali notizie una curiosità erudita, non più inquietante delle molte cosmologie gnostiche secondo cui il mondo sarebbe il risultato di una caduta, di una dimenticanza o di un errore divino. Fu soltanto raccogliendo testimonianze provenienti da luoghi e secoli diversi che cominciai a sospettare l’esistenza di una tradizione più antica, più dispersa e forse meno umana di quanto suggerissero i suoi stessi frammenti. Una cronaca siriaca del IX secolo menziona, quasi incidentalmente, una comunità di monaci presso Nisibis che ritenevano il sonno una forma superiore di preghiera; un commentario attribuito a un rabbino di Merv confuta una setta secondo cui Adamo non sarebbe stato il primo uomo ma il primo risvegliato; un testo buddhista proveniente da Khotan, tradotto in cinese durante la dinastia Tang, racconta di asceti che cercavano di dissolvere la propria individualità attraverso sogni condivisi; infine, in una glossa marginale a un trattato medico arabo, si parla di uomini nati incompleti perché “appartenenti a un corpo più vasto”.
Quest’ultimo dettaglio mi parve a lungo secondario. Oggi non ne sono più sicuro. Una caratteristica ricorrente nelle testimonianze riguardanti i Dormienti consiste infatti nella comparsa di individui fisicamente anomali: uomini privi di una mano, nani dalla testa troppo grande, ciechi da un solo occhio, donne con iridi di colore differente, vecchi il cui volto sembrava appartenere a due età incompatibili. I commentatori medievali interpretarono tali deformità come allegorie dell’imperfezione della veglia. I Dormienti, se dobbiamo credere al frammento di Istanbul, erano meno inclini alla metafora. Per loro nessun uomo sveglio era realmente completo.
La nota siriaca di Mossul fornisce il primo esempio preciso. Vi si narra di un monaco nestoriano di nome Bar Sauma, vissuto forse nell’XI secolo, affetto da nanismo e da una malformazione delle mani che lo costringeva a scrivere reggendo la penna tra il polso e l’avambraccio. Per quarant’anni egli avrebbe copiato un manoscritto intitolato Libro del Ritorno nel Dormiente, ma i confratelli testimoniarono che il testo mutava durante la notte: capitoli copiati con assoluta fedeltà il giorno precedente risultavano alterati al mattino, non per mano del copista, che dormiva in una cella chiusa, ma come se il libro, entrando nel sonno, ritrovasse una versione più antica di sé stesso. Quando Bar Sauma morì, il manoscritto fu bruciato; alcuni affermarono che le fiamme non consumarono le pagine, ma soltanto le parole.
Un secondo documento proviene da Bukhara e riguarda un rabbino cieco dell’occhio destro, Yehudà ben Nissim, che nel XII secolo compose un commentario oggi perduto al primo versetto della Genesi. Secondo due citazioni superstiti, Yehudà sosteneva che l’espressione tohu va-vohu non indicasse il caos originario, ma la condizione della coscienza prima del risveglio, quando tutte le anime non erano ancora distinte e il mondo non aveva ancora commesso l’errore della separazione. La tradizione locale racconta che il rabbino, pur essendo privo di una mano, descrivesse nei sogni dita che non possedeva e che al risveglio provasse dolore in quelle dita immaginarie. I suoi discepoli interpretarono il fatto come un miracolo. I Dormienti lo avrebbero considerato un ricordo.
Tra le testimonianze più singolari figura poi una nota marginale attribuita a Ma Huan, interprete e cronista dell’ammiraglio Zheng He. Il documento, oggi disperso, sarebbe stato conservato fino al XIX secolo in una collezione privata di Canton; secondo una copia parziale consultata da Vámbéry, durante una delle grandi spedizioni dell’eunuco imperiale nell’Oceano Indiano, una piccola imbarcazione proveniente dalla costa del Makran si sarebbe avvicinata alla flotta cinese in una notte senza luna. A bordo vi erano tre uomini. Non commercianti, non pellegrini, non emissari. Dormienti. Così almeno li definisce il testo.
La descrizione dei tre uomini è di quelle che difficilmente una falsificazione tarda avrebbe inventato con tanta inutile precisione. Il primo era altissimo e completamente glabro, con un orecchio tagliato e una cicatrice che gli attraversava il labbro superiore; il secondo era un nano dalla pelle chiarissima, che parlava persiano ma pregava in una lingua che Ma Huan non riconobbe; il terzo, apparentemente il più giovane, aveva un occhio verde e uno nero e sembrava incapace di restare sveglio per più di pochi minuti. Chiesero acqua, datteri e un luogo dove riposare. Zheng He, che nel corso dei suoi viaggi aveva incontrato imam, monaci buddhisti, yogin, bramini, mercanti ebrei e principi indù, ordinò che fossero accolti sulla nave ammiraglia. Quella notte conversò con loro per molte ore. Nessuno sa cosa si dissero. La cronaca conserva soltanto una frase pronunciata dagli stranieri: “Voi navigate sopra il mare. Noi navighiamo sopra il sognatore.”
La mattina seguente erano scomparsi. Le sentinelle giurarono di non averli visti lasciare la nave; un servo affermò che i loro giacigli erano ancora caldi, ma che sulla stuoia del più giovane era rimasta una piccola quantità di sabbia nera, identica, secondo un marinaio del Fujian, a quella delle coste che la flotta avrebbe raggiunto soltanto molti mesi dopo. La nota attribuita a Zheng He termina con una frase che mi ha sempre turbato più della scomparsa stessa: “Se questi uomini mentono, la loro menzogna è più vasta dell’impero.” Naturalmente non possediamo alcuna prova che la frase sia autentica. Ma neppure possediamo prove che non lo sia.
Un altro episodio, assai più tardo, mi fu riferito a Kabul nell’autunno del 1919 da un medico persiano di nome Farhad Nuri, benché non abbia mai potuto stabilire se quello fosse il suo vero nome. La città era allora attraversata da febbri, carovane militari, agenti russi e inglesi, mendicanti ciechi e pellegrini che sembravano provenire da tutte le regioni dell’Asia. Nuri era un uomo di statura insolitamente bassa, forse a causa di una malformazione infantile; la sproporzione tra il torso ampio e le gambe corte gli conferiva un’andatura oscillante che ricordava quella dei marinai. Più notevoli erano gli occhi. Il destro, di un marrone quasi nero, pareva vivo e febbrile; il sinistro, lattiginoso e percorso da sottili venature azzurre, sembrava appartenere a un morto. Quando parlava aveva l’abitudine di chiudere l’occhio sano e fissare l’interlocutore con l’altro, il che produceva una sensazione di intimità sgradevole, come se non fosse lui a guardare ma qualcosa che si serviva imperfettamente del suo volto.
Nuri sosteneva di essere stato iniziato, durante la giovinezza, a una confraternita sufi collegata ai Dormienti della Seconda Notte. Dopo quaranta giorni di isolamento, digiuno parziale e privazione intermittente del sonno, avrebbe finalmente raggiunto ciò che la confraternita chiamava “la soglia inversa”. Durante un sonno durato poche ore, egli avrebbe vissuto un’intera esistenza: un’altra infanzia, un’altra madre, un’altra lingua, perfino un altro volto. Ricordava di essere stato una donna in una città bianca costruita attorno a un lago nero; ricordava un marito zoppo, tre figli, un mercato coperto da tende gialle, un incendio, la vecchiaia, la morte. Al risveglio pianse, non perché il sogno fosse svanito, ma perché la nostra realtà gli appariva improvvisamente artificiale e povera. “Qui tutto pesa troppo,” mi disse. “Nel sonno le cose non avevano bisogno di esistere per essere vere.”
Non lo rividi mai più. Alcuni mesi dopo mi dissero che era morto di febbre; altri sostennero che fosse partito per Bamyan; un mercante hazara, interrogato per caso molti anni più tardi, affermò di averlo visto a Kashgar, immutato, con lo stesso occhio morto e la stessa andatura oscillante. Non so quale versione sia vera. Forse lo sono tutte, se la dottrina che egli mi espose non era del tutto falsa.
Molti anni dopo, a Ginevra, lessi in un commentario neoplatonico una frase attribuita — forse erroneamente — a un filosofo di Balkh: “Gli uomini credono di sognare durante il sonno perché non sopporterebbero l’idea di essere sognati durante la veglia.” Fu allora che iniziai a provare una sensazione nuova e sgradevole, non paura ma riconoscimento, come se quelle dottrine, studiate per decenni con distacco filologico, avessero sempre parlato di una regione della mia esperienza che mi ero ostinato a non nominare.
Con l’età, infatti, i ricordi della mia vita cominciarono a comportarsi in modo anomalo. Alcuni episodi perfettamente reali si dissolvevano con sorprendente rapidità, mentre sogni remoti acquistavano una nitidezza crescente; volti incontrati per un’ora nella veglia scomparivano in pochi giorni, mentre ricordavo con precisione città che non avevo mai visitato, cortili nei quali non ero mai entrato, conversazioni svolte in lingue che ignoravo da sveglio e che pure, durante il sonno, parlavo con naturalezza. Una notte sognai per la terza volta la città costruita attorno al lago nero descritta da Farhad Nuri; riconobbi edifici, vicoli, cortili, un ponte di pietra attraversato da cani magrissimi e una donna dagli occhi di colore differente che vendeva melograni sotto un portico. La cosa più inquietante fu che anch’essa sembrava riconoscere me.
Quando mi svegliai provai la stessa nostalgia che si prova lasciando una città reale. Nei giorni successivi cercai di ricordare il volto della donna, ma esso si ricomponeva sempre in modo diverso: talvolta era giovane, talvolta vecchio; talvolta le mancava l’orecchio sinistro, talvolta aveva una mano troppo piccola; soltanto gli occhi restavano identici, uno scuro e uno chiaro, come se appartenessero non a lei ma alla memoria di qualcun altro. Fu allora che ripensai alla formula greca di Istanbul: “Molti uomini sono le membra sparse di uno stesso dormiente.”
Alcuni anni fa, riordinando i miei appunti, mi accorsi di una coincidenza che avevo ignorato per oltre quarant’anni. Bar Sauma, il monaco nano di Mossul; Yehudà ben Nissim, il rabbino privo di una mano; i tre uomini incontrati da Zheng He; Farhad Nuri, il medico persiano dagli occhi incompatibili; la donna del lago nero; perfino certi personaggi minori che avevo annotato distrattamente — un astronomo di Kashgar nato senza orecchie, una vedova georgiana che sosteneva di ricordare sogni avuti dal fratello morto, un copista di Herat afflitto da una zoppia che mutava gamba nelle testimonianze dei suoi contemporanei — presentavano tutti una medesima incompletezza, non identica ma complementare, come se ciascuno custodisse la mancanza che in un altro diventava eccesso. Presi allora le fotografie, i disegni, le descrizioni manoscritte e li disposi sul tavolo.
Per qualche tempo non compresi ciò che stavo osservando. Poi ebbi l’impressione che quelle immagini, accostate l’una all’altra, componessero qualcosa. Non una famiglia. Non una stirpe. Un volto.
Da allora non ho più aperto quella cartella. Non sostengo che la vita sia un sogno. Questa idea è troppo antica per essere davvero inquietante. Il sospetto che mi accompagna è un altro: che il dormiente non sia uno, e che ciascuno di noi appartenga, senza saperlo, ai sogni di esseri diversi; oppure, cosa forse peggiore, che noi stessi non siamo uomini completi ma frammenti provvisori, membra disperse, organi di una coscienza sepolta che di notte tenta di ricordarsi e di giorno si dimentica in noi.
Questo spiegherebbe molte cose: le affinità improvvise, gli amori incomprensibili, certe nostalgie prive di causa, il terrore del mattino, quella sensazione occasionale di riconoscere un luogo mai visto o di attendere qualcuno che non abbiamo mai conosciuto. Se così fosse, la nostra vera parentela non dipenderebbe dal sangue, dalla lingua o dalla memoria. Dipenderebbe dal sognatore.
Talvolta, quando mi sveglio nel cuore della notte senza sapere esattamente chi sono né dove mi trovo, mi capita di portare la mano al volto e di trovarvi, per qualche istante, lineamenti che non riconosco. La sensazione dura poco. Abbastanza, tuttavia, perché io comprenda l’orrore dei Dormienti e la ragione della loro preghiera.
Non chiedevano di dormire. Chiedevano di non essere restituiti a noi stessi.
David Pacifici