Nella parashà di questa settimana Mosè invia dodici esploratori nella Terra di Canaan. Per quaranta giorni attraversano il paese, osservano città, raccolgono frutti enormi, incontrano popoli potenti e infine ritornano al campo per riferire ciò che hanno visto. Il dato sorprendente è che dodici uomini, esposti alla medesima esperienza, producono due racconti radicalmente diversi. Dieci vedono soprattutto i giganti, le mura e il rischio del fallimento; Yehoshua e Kalev vedono la fertilità della terra e la possibilità di abitarla.
La modernità psicologica di questo episodio è impressionante. La Torah sembra intuire ciò che molti secoli dopo la Gestalt avrebbe formulato in termini teorici: non percepiamo mai la realtà in modo neutro. In ogni istante organizziamo il campo dell’esperienza facendo emergere una figura e lasciando il resto sullo sfondo. Il problema degli esploratori non è che vedano cose false. I giganti esistono davvero. Le città fortificate esistono davvero. Ma ciò che diventa figura dominante nella loro coscienza finisce per occupare l’intero orizzonte percettivo, cancellando ogni altro elemento.
La paura possiede precisamente questa caratteristica: restringe il campo. Non rende necessariamente meno intelligenti; al contrario, spesso rende più attenti, più analitici, più concentrati. Tuttavia concentra tutta l’energia psichica su un unico elemento fino a trasformarlo nell’unica realtà percepita. È per questo che la frase più drammatica del racconto non riguarda i giganti ma gli stessi esploratori: “Ai nostri occhi eravamo come cavallette.” La deformazione non riguarda il mondo esterno; riguarda l’immagine di sé.
Da un punto di vista psicologico è un passaggio straordinario. Prima ancora di essere sconfitti dagli altri, gli esploratori sono stati sconfitti dalla rappresentazione che hanno costruito di sé stessi. Hanno interiorizzato lo sguardo del gigante e hanno iniziato a guardarsi attraverso di esso. In termini gestaltici potremmo dire che il pericolo è diventato l’unica figura possibile, mentre ogni risorsa, ogni capacità, ogni possibilità di crescita è scivolata sullo sfondo fino quasi a scomparire.
E’ proprio questa la ragione per cui il testo conserva una forza sorprendentemente attuale. Viviamo in un’epoca nella quale disponiamo di informazioni immense ma fatichiamo sempre più a mantenere una visione complessiva. Le crisi economiche, politiche, sociali o personali tendono a trasformarsi rapidamente nell’unica lente attraverso cui osserviamo il mondo. I giganti occupano tutta la scena; i grappoli d’uva finiscono sullo sfondo.
La Torah non propone un ingenuo ottimismo. Yehoshua e Kalev non negano l’esistenza degli ostacoli. Ci ricordano qualcosa di più sottile: la realtà coincide raramente con l’elemento che in quel momento domina la nostra attenzione. La lucidità consiste proprio nel non confondere la figura con l’intero paesaggio.
Perché il deserto, prima di essere un luogo geografico, è spesso una forma dello sguardo. E la Terra Promessa, talvolta, comincia nel momento in cui smettiamo di considerarci cavallette.
Viviamo in un’epoca che dispone di quantità immense di informazioni ma che sembra aver smarrito la proporzione. Ogni crisi tende a occupare l’intero orizzonte mentale; ogni difficoltà viene amplificata fino a diventare destino; ogni rischio sembra cancellare tutte le possibilità. È come se fossimo diventati straordinariamente abili nell’individuare i giganti e sempre meno capaci di vedere i grappoli d’uva che gli esploratori portano con sé.
La Torah non ci chiede di essere ingenui. Yehoshua e Kalev vedono gli stessi ostacoli degli altri. La differenza è che non consentono alla paura di diventare una visione del mondo. Conservano una fiducia che non nasce dall’ottimismo, ma dalla consapevolezza che l’essere umano è sempre più grande delle immagini che la paura produce dentro di lui.
Per questo, rileggendo oggi questa parashà, mi colpisce l’idea che il vero campo di battaglia non sia Canaan ma lo sguardo. I giganti possono essere reali; il problema comincia quando finiscono per abitare dentro di noi. La sfida consiste proprio in questo, imparare a distinguere tra ciò che è difficile e ciò che abbiamo già deciso essere impossibile.