Tra pochi giorni ricorre l’anniversario della morte di Jeorge Luis Borges (24 agosto 1899 Buenos Aires – 14 giugno 1986 Ginevra)
Questo un mio piccolo omaggio: un breve racconto ispirato dai suoi scritti.
 
LA BIBLIOTECA DELL’OBLIO
Nel febbraio del 1948, durante un soggiorno a Montevideo di cui oggi ricordo soltanto il vento e una finestra azzurra affacciata sul porto, mi capitò di consultare un volume che avrebbe alterato irreparabilmente la mia idea del tempo.
Il libro non figurava in alcun catalogo.
Lo trovai, o forse fu lui a trovarmi, nella biblioteca privata di Esteban Lezama, un antiquario uruguaiano specializzato in testi rabbinici e trattati ermetici del Seicento. Lezama abitava una casa lunga e silenziosa in calle Misiones; le stanze sembravano costruite non per essere vissute ma per custodire la polvere.
Aveva l’abitudine di parlare senza guardare l’interlocutore, come se conversasse con qualcuno situato alle sue spalle.
Ricordo che, mentre osservavo alcuni atlanti olandesi, disse improvvisamente:
“La memoria è una forma elementare di vanità.”
Pensai a una provocazione. Non risposi.
Fu allora che estrasse da una cassa un piccolo volume rilegato in pelle scura. Non aveva titolo sul dorso. Le pagine emanavano un odore indefinibile di umidità e cera consumata.
“Questo” disse “è forse l’unico libro veramente pericoloso che possiedo.”
Aprii il volume.
Le prime pagine erano scritte in uno spagnolo arcaico disseminato di termini ebraici e citazioni arabe. Il testo si presentava come una traduzione incompleta del Sefer ha-Shekhikhah, il “Libro della Dimenticanza”, attribuito a un oscuro rabbino sefardita di Smirne, Abraham Ben Ner, morto, secondo alcune fonti, nel 1669, secondo altre mai esistito.
L’idea centrale dell’opera era mostruosa.
Secondo Ben Ner, ricordare non costituisce la funzione essenziale della mente umana; al contrario, la memoria sarebbe un accumulo progressivo e patologico di immagini che impediscono all’uomo di mutare realmente. Ogni individuo, scriveva, trasporta dentro di sé una folla crescente di stanze, oggetti, volti, frasi, errori. Con il tempo quella moltitudine invisibile soffoca l’anima.
“Dimenticare”, lessi, “non è perdere. È fare spazio.”
Il libro sosteneva inoltre l’esistenza di una confraternita segreta dispersa nei secoli tra Salonicco, Ferrara, Smirne e Buenos Aires: gli Oblivionisti.
Non praticavano la memoria, come i mnemonisti medievali, ma il suo contrario.
Ogni anno ciascun membro sceglieva una cosa da cancellare perfettamente:
una strada, una voce, un amore, una vergogna, talvolta un’intera città.
Il paradosso, spiegava il trattato, consisteva nel fatto che per dimenticare davvero qualcosa era necessario ricordarla prima con precisione assoluta. Gli adepti trascorrevano mesi e mesi, talvolta anni a registrare dettagli minimi: l’angolo di una tenda, il rumore di un cucchiaino contro il vetro, la disposizione delle dita durante un addio.
Solo quando il ricordo raggiungeva la massima nitidezza poteva essere distrutto.
Lezama mi osservava in silenzio.
“Lei crede a queste cose?” gli domandai.
L’antiquario sorrise con malinconia.
“Tutti credono alla memoria. Nessuno sospetta il potere dell’oblio.”
Nei giorni successivi tornai più volte in quella casa.
Lessi interi capitoli del manoscritto. Vi erano cataloghi di “grandi dimenticatori”: uomini che avevano cancellato il volto della madre, il nome della propria lingua o il ricordo di guerre intere.
Uno di essi aveva trascorso vent’anni a eliminare la memoria di una donna amata. Quando finalmente riuscì nell’impresa, scoprì di aver dimenticato anche le ragioni della propria vita.
Un altro aveva cancellato progressivamente la propria identità fino a diventare irriconoscibile agli amici e ai familiari. Le fotografie in cui compariva sembravano mutare ogni volta che qualcuno le osservava.
Queste storie mi apparivano assurde e insieme terribilmente plausibili.
Per la prima volta compresi che l’identità umana forse non è altro che la continuità artificiale di alcune memorie ostinate.
Una sera Lezama mi mostrò una appendice del libro che fino ad allora aveva tenuto nascosta.
Era un catalogo.
Ogni pagina conteneva nomi, date, annotazioni concise.
Accanto ad alcune voci lessi:
“Dimenticato con successo a Cracovia nel 1791.”
“Persistenze residue nella memoria della moglie.”
“Fallimento parziale: il soggetto continuò ad apparire nei sogni di un fratello.”
Sfogliai lentamente quelle pagine fino a quando una nota marginale attirò il mio sguardo.
“Isacco Bloomstein: ultimo esperimento completo.”
Non conoscevo quel nome; tuttavia ebbi l’impressione insopportabile di averlo pronunciato infinite volte.
Continuai a leggere.
Il dossier descriveva un uomo senza qualità particolari: bibliotecario, scapolo, incline all’insonnia, residente per alcuni anni in via México a Buenos Aires. Seguivano dettagli minimi e inspiegabilmente precisi: una cicatrice sul pollice sinistro; l’abitudine di contare i gradini; una paura infantile dei cavalli bianchi.
Sentii un lento gelo attraversarmi.
Quelle caratteristiche coincidevano con le mie!
Tentai di sorridere.
Pensai a una coincidenza, a uno scherzo elaborato, a una suggestione prodotta dalla lettura ossessiva. Ma in fondo alla pagina trovai una fotografia.
L’immagine era sbiadita. Un uomo sedeva accanto a una finestra. Il volto era quasi cancellato dalla luce; tuttavia riconobbi immediatamente che quell’uomo ero io.
Sul retro qualcuno aveva scritto:
“Il soggetto ha completato la procedura il 14 novembre 1922.
Residui identitari ancora presenti.
“Tende a ricostruirsi attraverso i libri.”
Per alcuni minuti non riuscii a parlare.
Lezama accese lentamente la pipa.
“Capisce adesso?” disse.
Compresi allora la ragione del mio interminabile vagabondare tra biblioteche, enciclopedie e archivi. Non avevo passato la vita cercando manoscritti rari o verità dimenticate.
Stavo tentando, oscuramente, di ricordare chi avevo deciso di cancellare.
Richiusi il volume.
Il silenzio della casa mi sembrò improvvisamente smisurato.
Ebbi paura.
Da allora ho dimenticato molte cose.
Volti, indirizzi, interi anni della mia vita.
Del libro, invece, ricordo ancora ogni dettaglio.