Viviamo in un tempo in cui il sapere ha cambiato forma: non è più tensione verso ciò che manca, ma produzione immediata di certezze. Ogni evento deve essere spiegato subito, ogni ambiguità eliminata, ogni vuoto colmato. Il discorso pubblico non tollera più il non sapere.
In questo contesto, la distinzione tra nevrosi e perversione, così come articolata da Sigmund Freud e radicalizzata da Jacques Lacan, può essere letta non solo come categoria clinica, ma come chiave di lettura del presente.
Come ci spiegava Lacan se alla base della condotta del nevrotico vi è il desiderio, alla base di quella del perverso vi è il sapere.
Il nevrotico è abitato da una mancanza che non riesce a colmare. È strutturalmente diviso, inquieto, esposto alla domanda. Vorrebbe, come dice Lacan, “saperne tutto”, ma il desiderio, proprio perché è mancanza, rende impossibile questa totalizzazione. Il suo sapere è sempre incompleto, sempre in difetto. E proprio in questo difetto si apre lo spazio dell’umano: il dubbio, la ricerca, persino la sofferenza.
Il perverso, invece, aggira il problema. Se del desiderio non si può sapere tutto, allora lo si mette da parte. Si opera una torsione: al posto del desiderio, si installa il godimento dell’Altro.
E del godimento dell’Altro, sì, si può credere (illudersi) di sapere tutto.
Il perverso costruisce un sapere preciso, dettagliato, quasi tecnico, sui modi del proprio godimento. Non lo interroga, non lo mette in questione: lo organizza, lo ripete, lo perfeziona. In questo senso è, letteralmente, un “esperto”. De Sade ne è la figura paradigmatica: catalogazione, metodo, sistema.
Ma questo sapere è tutt’altro che neutro: è un sapere che serve a coprire un vuoto. Serve a evitare il confronto con il desiderio, cioè con ciò che non si lascia sapere. Il perverso non è colui che sa davvero di più: è colui che ha costruito un sapere “tecnico” per non dover sapere nulla del desiderio.
In questo senso, la perversione può essere letta come una soluzione una “guarigione” alla nevrosi. Una guarigione sintomatica, però: si elimina il problema eliminando la domanda.
E qui il discorso diventa attuale. Perché ciò che vediamo oggi, nei linguaggi pubblici, nei social, nelle narrazioni ideologiche, è esattamente questa struttura: sistemi di sapere chiusi, autosufficienti, impermeabili al dubbio. Non c’è più desiderio di capire, ma bisogno di sapere già. Non ricerca, ma conferma. Non mancanza, ma saturazione.
Il complotto, la semplificazione estrema, la ripetizione ossessiva di formule (“genocidio”, “colonialismo”, “oppressore”) non sono tanto errori cognitivi, quanto forme di godimento del sapere. Funzionano perché chiudono il buco, eliminano l’angoscia del non sapere, offrono un mondo già spiegato.
In questo senso, il sapere perverso non è marginale: è diventato una forma dominante del discorso.
E quindi la vera posta in gioco oggi non è tanto avere ragione o torto, ma restare capaci di sopportare il non sapere, cercare nell’impresa impossibile di colmare il vuoto, cioè, in fondo, paradossalemente restare ancora nevrotici.