Quando nel 1969 Glauber Rocha realizza Antonio das Mortes, il cinema brasiliano attraversa una stagione di radicale trasformazione. Il paese vive sotto la dittatura militare instaurata nel 1964 e una nuova generazione di registi tenta di rifondare il linguaggio cinematografico trasformandolo in strumento di coscienza storica. È il momento del Cinema Novo, movimento che rifiuta tanto il cinema commerciale quanto l’imitazione dei modelli europei e americani per costruire una forma espressiva capace di nascere direttamente dalle contraddizioni sociali del Brasile. Rocha ne diventa la figura più visionaria e teoricamente consapevole: nei suoi manifesti rivendica un cinema che faccia della povertà, della violenza e della fame non un oggetto di pietà sociologica, ma la materia di una nuova epica politica.
Antonio das Mortes si colloca dentro questo progetto con una forza mitologica. Il protagonista, già apparso in Dio nero, il diavolo bianco, è un cacciatore di ribelli al servizio dei latifondisti del sertão, incaricato di eliminare l’ultimo capo cangaceiro, Coirana. Ma il confronto con la comunità oppressa produce una trasformazione interiore che incrina la sua funzione di sicario e lo conduce a ribellarsi contro il potere che lo aveva arruolato. Più che una vicenda narrativa, il film costruisce una parabola morale: il killer del potere scopre la violenza strutturale dell’ordine che difende.
La grandezza del film risiede però soprattutto nella forma. Rocha fonde western, rituale religioso e tragedia barocca in una messa in scena che abbandona il realismo per entrare in una dimensione simbolica. I duelli diventano coreografie sacrali, i personaggi assumono la statura di figure archetipiche, il profeta, il guerriero, il latifondista, il popolo, e il sertão si trasforma in un paesaggio metafisico dove la storia brasiliana appare come una lotta mitica tra dominio e redenzione.
In questo equilibrio tra politica e mito si trova l’importanza di Antonio das Mortes. Il film dimostra che il cinema del cosiddetto Terzo Mondo non deve limitarsi a documentare la realtà, ma può reinventarla in forma epica, costruendo un linguaggio autonomo capace di trasformare la storia sociale in visione poetica. L’ultima immagine del protagonista che si allontana nel paesaggio arido del nordest resta così come una delle icone più potenti del Cinema Novo: il segno di un cinema che attraversa la storia del proprio paese per trasformarla in leggenda.
David Pacifici