Il silenzio è il presupposto dell’ascolto. Non solo in senso banale, perché evidentemente non si può ascoltare mentre si parla, ma in senso più profondo: il silenzio è la condizione interiore che rende possibile accogliere ciò che non siamo noi. Senza questa sospensione preliminare, ogni parola dell’altro rimbalza sulla superficie della nostra coscienza già occupata.
La nostra epoca, dominata da una continua inflazione di discorso, opinioni immediate, commenti istantanei, reazioni compulsive, sembra aver smarrito questa evidenza elementare: prima di parlare bisogna tacere, e prima di capire bisogna ascoltare. Il silenzio non è quindi un difetto del linguaggio, ma la sua architettura invisibile. È la pausa che rende la musica possibile, l’intervallo che permette alla parola di significare.
Non sorprende allora che una lingua profondamente attenta alla dimensione dell’ascolto come l’ebraico biblico possieda una sorprendente pluralità di termini per dire “silenzio”. Non uno soltanto, ma almeno sette modi diversi di nominare il tacere. È come se la lingua stessa avesse percepito che il silenzio non è un fenomeno uniforme, ma una costellazione di esperienze interiori.
C’è דּוּמִיָּה (dumiyah), il silenzio contemplativo, teologico. Nei Salmi si legge una frase bellissima:
“Per Te il silenzio è lode” (לְךָ דֻמִיָּה תְהִלָּה).
Qui il silenzio non è privazione della parola, ma la sua forma più pura: la parola che, riconoscendo il proprio limite, si ritira.
C’è poi דֹּם (dom), il silenzio dell’attesa: “Sta’ in silenzio davanti al Signore e attendilo”. Non è mutismo, ma pazienza, la sospensione dell’impazienza umana davanti al tempo che non controlliamo.
Diverso ancora è דָּמַם (damam), il silenzio dello shock o del dolore. La Torah lo condensa in due parole che sono tra le più impressionanti di tutta la Scrittura:
“E Aronne tacque.”
Qui il linguaggio non basta più; il silenzio diventa l’unica forma possibile di verità.
Accanto a questi troviamo שֶׁקֶט (sheqet), la quiete pacificata; שְׁתִיקָה (shetikah), il tacere come disciplina della parola; חָשָׁה (chashah), il trattenersi deliberatamente dal parlare; e infine הַס (has), l’imperativo improvviso: “Silenzio!”.
Sette parole per dire silenzio non sono un semplice dato lessicale.
Significano che una civiltà ha percepito qualcosa che oggi tendiamo a dimenticare: il silenzio è una forma di conoscenza.
La tradizione rabbinica lo esprime con una formula di disarmante precisione nei Pirkei Avot:
“La siepe della sapienza è il silenzio.”
Come se la saggezza, per non disperdersi, avesse bisogno di essere custodita da una frontiera di tacere.
In fondo, ogni vero ascolto nasce da qui: da un gesto quasi ascetico con cui l’io arretra, sospende la propria urgenza di parlare e apre uno spazio.
Il silenzio non è quindi il contrario del linguaggio. È ciò che lo rende possibile.
Senza silenzio la parola si trasforma in rumore.
E dove tutto è rumore, nulla può davvero essere ascoltato.
David Pacifici