Nella poesia “Colui che guarda” Rilke riprende la scena biblica della lotta di Giacobbe con l’angelo e la interpreta in modo apparentemente paradossale, ribaltandone il senso.
Rilke interpreta la figura di Giacobbe in modo sorprendentemente più vicino alla sensibilità del Midrash ebraico (Bereshit Rabbah 77,3) che non alla successiva tradizione cristiana.
Nel Midrash, infatti, la lotta con l’angelo non è semplicemente una prova morale o un’allegoria della caduta e della redenzione, ma un evento reale, drammatico, in cui l’uomo si misura con una forza che lo supero e che, proprio ferendolo, lo costituisce.
L’accento non cade sulla salvezza, ma sulla trasformazione: Giacobbe diventa Israele non perché abbia vinto, ma perché ha “perso l’uso della gamba”, perché ha accettato di restare dentro la lotta fino a esserne segnato per sempre.
In questa prospettiva si comprende meglio anche la lettura che Rilke propone nella sua poesia. Ciò che conta non è la vittoria, ma la ferita: l’angelo non è un avversario da sconfiggere, bensì una forza che plasma, che costringe l’uomo a oltrepassare la misura angusta del proprio io. Per questo “ciò che vinciamo è il piccolo”: ogni successo umano è una riduzione, mentre l’incontro con ciò che è più grande, l’angelo, il destino, il divino, avviene solo quando l’uomo cresce perché resta nella lotta fino a ottenere una trasformazione, anche a costo di essere ferito.
Come Giacobbe che esce zoppicante ma rinominato Israele, l’uomo cresce non quando domina, ma quando sopravvive a ciò che lo supera e lo trasforma. La ferita diventa allora il segno di un’eccedenza che non può essere posseduta, ma solo attraversata: non la prova di una mancanza, bensì la traccia di un incontro che ha spezzato l’identità precedente per aprirla a un nome nuovo.
Colui che guarda
Vedo agli alberi le tempeste,
che da giorni divenuti tiepidi
battono contro le mie finestre impaurite,
e sento le cose lontane dire
ciò che non posso sopportare senza un amico,
né amare senza una sorella.
Allora passa la tempesta, mutatrice di forme,
passa attraverso il bosco e attraverso il tempo,
e tutto è come senza età:
il paesaggio, come un versetto del Salterio,
è serietà e forza e eternità.
Quanto è piccolo ciò con cui lottiamo,
e ciò che lotta con noi, quanto è grande;
se ci lasciassimo, più simili alle cose,
così vincere dalla grande tempesta, —
diventeremmo vasti e senza nome.
Ciò che vinciamo è il piccolo,
e il successo stesso ci rende piccoli.
L’Eterno e lo Straordinario
non vogliono essere piegati da noi.
Questo è l’angelo che apparve ai lottatori
dell’Antico Testamento:
quando i tendini dei suoi avversari
nella lotta si tendono come metallo,
egli li sente sotto le dita
come corde di profonde melodie.
Colui che quest’angelo ha vinto,
colui che così spesso rinunciò alla lotta,
esce giusto e raddrizzato
e grande da quella dura mano
che gli si aderì come per plasmarlo.
Le vittorie non lo attirano.
La sua crescita è questa: essere il profondamente sconfitto
da ciò che è sempre più grande.
 
David Pacifici