Film cecoslovacco del 1969 dal taglio registico apertamente sperimentale, costruito come una vera e propria macchina disturbante, che avvolge lo spettatore in un clima soffocante, vischioso, irrespirabile. Herz lavora sull’immagine come su un organismo malato: il ricorso ossessivo al grandangolo deforma i volti, incurva gli spazi, trasforma gli interni borghesi in cavità psichiche, mentre i primi piani, insistiti fino all’indecenza, non hanno scopo di rivelazione ma corruzzione. Il risultato è un mondo che sembra progressivamente perdere consistenza morale prima ancora che narrativa.

Le atmosfere mortifere e cimiteriali non costituiscono un semplice sfondo, ma diventano la vera sostanza del film. Tutto è già morto, o in procinto di esserlo. Il crematorio non è solo un luogo fisico ma una metafora operativa, un laboratorio dove la morte viene amministrata con zelo burocratico, con una serenità quasi domestica. E proprio questa normalizzazione dell’orrore rappresenta il cuore più perturbante dell’opera.

La storia segue Kopfrkingl, viscido e mellifluo direttore di crematorio, figura apparentemente insignificante, piccolo borghese ordinato, marito premuroso, padre affettuoso. Ma sotto questa superficie si agita un abisso. Le sue pulsioni necrofile non sono mai esibite apertamente, ma filtrano attraverso il suo linguaggio, attraverso la sua devozione erotica per la cremazione, concepita come forma di purificazione superiore. Quando il richiamo del Terzo Reich si insinua nella sua esistenza, non si tratta di una rottura, ma di una continuità. Il nazismo non lo corrompe lo legittima. Gli offre semplicemente il lessico ideologico necessario per dare forma compiuta a un impulso già presente.

Herz costruisce così uno dei ritratti più agghiaccianti della banalità del male mai apparsi sullo schermo. Kopfrkingl non è un mostro nel senso tradizionale, ma qualcosa di infinitamente più inquietante: un uomo convinto di agire per il bene, per l’ordine, per l’armonia del mondo. La sua missione di morte assume progressivamente i contorni di una vocazione mistica.

Magistrale l’interpretazione di Rudolf Hrušínský, presenza ipnotica e malefica, capace di sostenere l’intero film su una gamma espressiva fatta di sorrisi appena accennati, sguardi opachi, inflessioni vocali suadenti e falsamente rassicuranti. Il suo Kopfrkingl non esplode mai, non diventa più violento ma più puro, più coerente.

Se si può individuare un limite, sta forse nel sottotesto politico, a tratti esplicito, troppo didascalico, che tende a incanalare l’esperienza dello spettatore entro una chiave interpretativa precisa, riducendo leggermente la forza iconoclasta e metafisica del film. Ma questo elemento va inevitabilmente contestualizzato: siamo nella Cecoslovacchia del 1969, immediatamente dopo la Primavera di Praga e la successiva repressione sovietica. Il film stesso sarà infatti rapidamente censurato.

Ciò che resta, oggi, è un’opera profondamente disturbante, che agisce per infiltrazione più che per shock, e che sembra anticipare, per atmosfera e costruzione mentale dello spazio, certo cinema di David Lynch, in particolare Eraserhead: lo stesso senso di decomposizione interiore, lo stesso slittamento continuo tra realtà e incubo, lo stesso orrore burocratico.

Non un film sull’ascesa del nazismo ma sulla disponibilità dell’uomo a diventare il proprio crematorio interiore.

David Pacifici