Nicholas Wapshott ricostruisce uno dei grandi duelli intellettuali del Novecento. Sullo sfondo della Grande Depressione e della crisi dell’ordine liberale, Keynes e Hayek si confrontano sul ruolo dello Stato e del mercato. Ma il vero interesse del libro sta nel mostrare come dietro lo scontro economico si nascondano due idee dell’uomo, della libertà e della società.
Keynes e Hayek non discutono soltanto di spesa pubblica, moneta e disoccupazione. Si chiedono che cosa accada quando una società entra in crisi e chi abbia, in quel momento, il diritto e la capacità di intervenire.
Keynes appartiene al mondo colto e cosmopolita dell’Inghilterra edoardiana. Frequenta Bloomsbury, ama l’arte e la vita concreta e considera l’economia uno strumento per rendere l’esistenza meno brutale. La sua fiducia non è tanto nello Stato quanto nella possibilità dell’intelligenza politica di correggere gli errori prima che diventino catastrofi.
Non vuole sostituire il capitalismo con la pianificazione, ma salvarlo dalle proprie tendenze autodistruttive. Comprende soprattutto che l’economia non è governata soltanto dalla razionalità: paura, aspettative e incertezza possono spingere individui prudenti a produrre collettivamente una catastrofe. Il mercato può quindi restare bloccato nella depressione e lo Stato deve intervenire per rimetterlo in movimento.
Hayek nasce da un’esperienza opposta: il crollo dell’Impero austro-ungarico, l’inflazione e la dissoluzione dell’ordine liberale europeo. Dove Keynes teme la disoccupazione e l’impotenza della politica, Hayek teme la concentrazione del potere e l’illusione di poter governare dall’alto una società complessa.
Alla base del suo pensiero c’è infatti una teoria della conoscenza. Nessun governo o gruppo di esperti possiede tutte le informazioni necessarie per dirigere l’economia: la conoscenza è dispersa tra milioni di individui e il sistema dei prezzi permette di coordinarla. Il mercato è dunque un ordine spontaneo, non il progetto di una mente centrale.
Da qui nasce anche il suo liberalismo: pianificare significa stabilire priorità, distribuire risorse e decidere quali bisogni soddisfare. Il problema economico diventa inevitabilmente un problema di potere.
Keynes diffida dell’automatismo economico; Hayek dell’intelligenza che pretende di governarlo. Il primo vede il pericolo nell’inerzia, il secondo nell’arroganza.
Diverso è anche il loro rapporto con il tempo. Keynes guarda all’emergenza presente: non si può sacrificare una generazione aspettando un equilibrio futuro. Hayek guarda agli effetti lontani e involontari dell’intervento. Keynes teme ciò che accade se non si interviene; Hayek ciò che accade dopo che si è cominciato a intervenire.
Qui che il loro scontro diventa più interessante, perché entrambi vedono un pericolo reale. Keynes comprende che una società incapace di proteggere i cittadini dalle crisi può perdere la propria legittimità; Hayek che una società che affida ogni decisione alla politica rischia di trasformare la protezione in controllo.
Wapshott racconta così due risposte al trauma del Novecento Keynes risponde al crollo con l’intervento, Hayek con il limite
E la domanda che li divide rimane aperta: quanto potere dobbiamo affidare allo Stato per proteggerci dalle crisi, e quanta libertà rischiamo di perdere nel farlo?