Fortemente permeato dai nuovi linguaggi europei, Darling guarda alla Nouvelle Vague, ma la sua parentela più interessante è con la modernità della prima Agnès Varda e della Rive Gauche più che con Godard e Chabrol. Schlesinger porta quelle suggestioni dentro una regia pop, nervosa e aggressiva: primi piani improvvisi, soggettive, montaggio ellittico, bruschi contrasti, inserti di cinegiornali, pubblicità e fotografie. Il racconto viene continuamente contaminato dai linguaggi della società dei consumi, come se la forma stessa del film dovesse registrare l’accelerazione visiva e morale della Swinging London.
Al centro c’è Diana Scott, interpretata da una Julie Christie perfetta: dalla provincia del Sussex alla scalata sociale, una donna senza un talento riconoscibile ma dotata di una formidabile capacità di adattamento, insieme cinica, ambiziosa, sessualmente libera e ancora attraversata da un residuo desiderio romantico. La sua emancipazione diventa così anche progressiva mercificazione di sé, fino al paradosso conclusivo della gabbia dorata. Attorno a lei, i due eccellenti contraltari maschili: Dirk Bogarde, intellettuale televisivo colto e inquieto, e Laurence Harvey, cinico uomo d’affari che trasforma relazioni, sesso e prestigio nello stesso sistema di scambio.
Omosessualità, promiscuità, adulterio, mobilità sociale e liberazione sessuale entrano nel film non come semplici provocazioni, ma come sintomi di una modernità nella quale identità e desiderio diventano sempre più instabili. Schlesinger conserva inoltre la lezione del kitchen sink realism da cui proveniva: dietro la superficie scintillante, modaiola e formalmente audace rimane uno sguardo sociale durissimo. Il limite di Darling sta semmai in un certo auto-compiacimento e qualche scivolata caricaturale; tuttavia non ne diminuisce la forza di grande film di transizione, sospeso fra realismo britannico e cinema moderno, già perfettamente consapevole che nella nuova società dello spettacolo anche la libertà può diventare una merce.
David Pacifici