La difficile misura tra custodire se stessi e rimanere aperti all’Altro. Una prospettiva ebraica.
C’è una frase del maestro Hillel, nei Pirkei Avot, che contiene in poche parole una questione molto moderna e centrale nella psicologia: quanto dobbiamo proteggerci dagli altri e quanto, invece, dobbiamo continuare a esporci alla relazione?
È significativo che la tradizione rabbinica non risolva il problema scegliendo uno dei due poli. Non ci chiede né di dissolverci nell’Altro in nome della bontà, né di trasformare la difesa di noi stessi in una morale dell’autosufficienza.
Tiene insieme, con una tensione che non viene risolta, responsabilità verso di sé e responsabilità verso l’altro.
Hillel dice:
אם אין אני לי, מי לי? וכשאני לעצמי, מה אני?
Im ein ani li, mi li? U-kh’she’ani le’atzmi, ma ani?
“Se io non sono per me, chi sarà per me? Ma se sono soltanto per me, che cosa sono?”
La prima proposizione è molto dura e determinata: “se non sono io per me, chi lo sarà?”
Esiste dunque una responsabilità verso se stessi che non può essere delegata. Custodire la propria dignità, riconoscere ciò che ci ferisce, sottrarsi a ciò che continuamente ci diminuisce non significa essere egoisti; significa riconoscere siamo una delle persone verso le quali abbiamo obblighi. La dignità della propria persona non è delegabile, non è negoziabile non è trattabile.
Ma Hillel non permette alla frase di diventare una comoda filosofia dell’autoprotezione, perché immediatamente la rovescia: “se sono soltanto per me, che cosa sono?” Attenzione: non “chi sono”, ma מה אני, “ma ani”: “che cosa sono?” Come se un Io che avesse eliminato ogni rischio, ogni dipendenza, ogni esposizione all’Altro avesse certamente protetto se stesso, ma avesse contemporaneamente perduto la propria umanità.
È questa doppiezza a rendere il pensiero profondamente ebraico: il limite non è mai assoluto, perché l’essere umano non esiste fuori dalla relazione; e tuttavia nemmeno la relazione è assoluta o assolutizzante, perché nessun comandamento all’amore dell’altro prescrive la cancellazione di sé, o la possibilità di negoziare la propria dignità.
Il confine, allora, non è un muro. Il muro dice: non entrare. Il confine dice qualcosa di più complesso: puoi entrare, ma devi rispettare le regole quando sei entrato.
Bisogna sempre tener presenti che non tutto ciò che possiamo dare siamo obbligati a darlo; non tutto ciò che possiamo perdonare siamo obbligati a continuare a subirlo. Ma neppure ogni ferita ci autorizza a fare della prudenza una fortezza invalicabile che ci chiude all’Altro.
Sapere dove finisco io e dove comincia l’Altro e viceversa è la condizione della relazione, senza trasformare quella linea né in una resa incondizionata né in un confine invalicabile.