La giornata finisce
con un certo disordine
di carte mentali,
di appuntamenti evaporati,
di piccole decisioni prese male.

Verso le cinque e mezzo
si esce dall’ufficio di sé stessi
come da una stanza dove qualcuno
ha parlato troppo.

Restano addosso
alcuni fatti minimi:
un autobus mancato,
una parola inutile al telefono,
quel pensiero ostinato
che torna a chiedere udienza
proprio ora
che il cervello vorrebbe soltanto
abbassare le serrande.

Intanto la sera
organizza il suo inventario:
luci accese senza convinzione,
passi che rallentano,
la città che si sistema
come uno studente svogliato
davanti ai compiti.

E noi dentro,
stanchi
un po’ come chi ha letto troppo
il manuale della giornata
senza capirne bene
la trama.