La lettera Tav (ת) non è soltanto l’ultima dell’alfabeto ebraico, è il segno che chiude e, proprio chiudendo, sigilla e custodisce.
Nella ghematria vale 400, numero della compiutezza estesa, della totalità portata alla sua soglia estrema. 400 sono gli anni dell’esilio di Abramo, 400 sono le monete di Efron.
Se l’Alef è l’incipit silenzioso, l’unità nascosta, la Tav è la firma finale, il sigillo. Non a caso la parola emet (אמת), “verità”, comincia con Alef, passa per Mem e si chiude con Tav: la verità abbraccia l’inizio, il centro e la fine.
Ma la Tav è anche un marchio. Nel libro di Ezechiele, il profeta vede un uomo vestito di lino che segna con un “tav” la fronte dei giusti, per salvarli dalla distruzione.
Il segno diventa protezione, appartenenza, distinzione etica. La lettera finale si fa inizio di una sopravvivenza.
La Tav è la lettera della parola Torah (תורה), che inizia proprio con essa. L’insegnamento comincia dalla fine dell’alfabeto. È un paradosso pedagogico: si entra nella Legge dalla soglia estrema, come se lo studio fosse sempre un ritorno, una teshuvah alfabetica. Per comprendere l’inizio bisogna aver attraversato tutto.
Nel Talmud si racconta che tutte le lettere si presentarono davanti al Santo Benedetto Egli sia per chiedere di essere la prima della creazione. La Tav, ultima, avanzò anch’essa la sua richiesta, ma le fu risposto che sarebbe stata segno di morte (tamùt) per i malvagi.
Ma la Tav secondo una importante tradizione midrashica, è il segno posto sulla fronte di Caino.
La stessa lettera che sigilla la verità può sigillare la fine.
La lettera Tav (ת), inoltre, nella tradizione cabalistica, è considerata una forma composta, un’unità che racchiude in sé due segni originari. I maestri vi riconoscono l’unione della Dalet (ד) e della Nun (ן), visibili nella sua architettura nascosta: la ד come struttura orizzontale e soglia, la ן come estensione verticale discendente.
ת = ד + ן
La Dalet (ד) rappresenta la porta, la povertà esposta all’incontro, l’apertura verso l’altro; la Nun (ן) allude invece alla caduta, ma anche alla continuità e alla fedeltà che attraversa la caduta stessa. La loro fusione nella ת indica che il compimento contiene in sé sia la soglia sia la discesa.
Essendo l’ultima lettera dell’alfabeto, la Tav (ת) è il sigillo finale, ma proprio perché composta, essa testimonia che la fine non è chiusura: è una soglia costruita con gli elementi della fragilità e della persistenza, un punto in cui il termine diventa già inizio nascosto.
Ambivalenza radicale: ogni compimento porta con sé giudizio.
La Tav allora è il limite. E il limite, nella tradizione ebraica, non è negazione ma forma. Senza limite non c’è identità, non c’è patto, non c’è parola. La Tav è la consonante della responsabilità: dice che qualcosa è stato detto fino in fondo, che il discorso ha assunto il peso della sua interezza.
In un’epoca come la nostra che ama le identità fluide, le narrazioni interminabili, l’assenza del limite, la Tav ricorda la necessità del punto fermo.
Non per chiudere il mondo, ma per renderlo pronunciabile.
Perché solo ciò che ha una fine può essere custodito. E solo ciò che è custodito può ricominciare.
 
David Pacifici