Michel Houellebecq scrive un romanzo sulla depressione individuale che viene elevata a chiave interpretativa di un’intera civiltà: il protagonista, Florent-Claude Labrouste, sostenuto da un antidepressivo che agisce sulla serotonina, attraversa il romanzo come una coscienza spenta ma lucidissima, incapace di desiderare davvero e tuttavia perfettamente capace di comprendere il mondo che lo circonda, e proprio questa coscienza stanca diventa il prisma attraverso cui Houellebecq osserva la Francia contemporanea, una società nella quale la promessa di libertà, sessuale, economica, individuale, si è progressivamente convertita in solitudine e competizione generalizzata.
La malinconia privata del protagonista si riflette infatti nella rovina del mondo rurale, nei piccoli allevatori schiacciati dalla globalizzazione e nell’impressione diffusa che ogni forma di comunità sia stata lentamente dissolta da un sistema economico che finisce per trasformare anche gli affetti in merci; ma ciò che rende il romanzo più interessante della sua stessa tesi sociologica è il tono con cui questa diagnosi viene formulata, perché Houellebecq oscilla continuamente tra sarcasmo e nostalgia, tra la tentazione di ridurre tutto a una crudele analisi materialista e la percezione che ciò che è andato perduto non sia soltanto un equilibrio sociale ma principalmente la possibilità stessa di una vita affettiva condivisa.
In questo senso Serotonina non è un romanzo tragico nella tradizione del ‘900: non possiede la vertigine metafisica dei personaggi di Dostoevsky né l’angoscia che attraversa le figure di Kafka; la disperazione houellebecquiana è più sottotono, più diffusa, e si deposita lentamente come una forma di stanchezza del desiderio, suggerendo che il vero scandalo della modernità occidentale non sia la sofferenza in sè, che la letteratura ha sempre saputo più o meno raccontare, ma la progressiva incapacità degli individui di immaginare una felicità che non venga immediatamente neutralizzata dal disincanto.