Pubblicato nel 1971 in pochissime copie, Moon Blood dei Fraction sembra emergere da una fenditura segreta della storia del rock, diventando col tempo un oggetto di culto assoluto. Registrato in meno di tre ore, tutto in presa diretta e senza sovraincisioni, conserva anche oggi all’ascolto una tensione viva, fisic.
Il cuore del suono è la voce di Jim Beach, un baritono tormentato e visionario che richiama esplicitamente Jim Morrison, non solo per il timbro ma per l’intensità sciamanica e l’enfasi da predicatore, mentre le chitarre fuzz e wah-wah costruiscono paesaggi sonori oscuri e apocalittici.
L’influenza dei Doors, soprattutto del periodo finale, è evidente e rivendicata, fino a citazioni dirette, ma i Fraction trasformano quel modello in qualcosa di più ruvido, più sotterraneo e spiritualmente lacerato. I brani si muovono come lunghe invocazioni, sospesi tra misticismo cristiano, visioni pagane e furia psichedelica.
Nati a Los Angeles come gruppo di musicisti operai con lavori quotidiani, i Fraction non ebbero alcun successo all’epoca, e proprio questa marginalità contribuisce oggi al mito di un LP che, stampato in poche centinaia di copie, ha raggiunto quotazioni vertiginose. Moon Blood resta così un monumento nascosto: un disco estremo, febbrile e irripetibile, dove il Doors-sound viene spinto oltre il confine, fino a diventare una visione personale e definitiva.
 
David Pacifici