Americana, romanzo d’esordio di Don DeLillo del 1971, siamo già dentro una forma pienamente consapevole della crisi esistenziale che inizia a attraversare l’uomo contemporaneo, in cui il soggetto non solo si racconta ma si registra, si osserva mentre si costruisce come immagine, mentre scivola dentro il flusso continuo dei segni che lo attraversano.
David Bell, dirigente televisivo e insieme figura svuotata, non intraprende tanto un viaggio quanto una deriva, una traiettoria che attraversa l’America come superficie mediatica prima ancora che geografica, dove ogni esperienza appare già filtrata, già vista, già consumata nella riproduzione. In questo senso, DeLillo anticipa e insieme radicalizza il paradigma postmoderno: la realtà non è negata, ma costantemente rimpiazzata da una sua versione registrata, montata, riutilizzata, in cui l’identità si disperde in una sequenza di pose, di inquadrature, di tentativi di autenticità immediatamente riassorbiti nel linguaggio.
La scrittura, densa, frammentata, attraversata da un’ironia freddae lucida, non si limita a descrivere questo slittamento, ma lo mette in atto, lo incorpora nella propria struttura, trasformando il romanzo in una sorta di congesgno riflessivo in cui narrazione e simulazione coincidono.
Americana è già un’opera già matura, in cui DeLillo individua con precisione uno dei nuclei della modernità avanzata: l’impossibilità di distinguere tra esperienza e rappresentazione, tra memoria e registrazione, tra vita e immagine, e proprio in questa indistinzione, che non viene mai risolta, si produce quella forma di inquietudine che continuerà ad attraversare tutta la sua opera.
 
David Pacifici