Sì, proprio lui. Andy Milligan, il re indiscusso del cinema a bassissimo costo, autore di deliri feroci come Macellai e L’invasione degli ultratopi.
Ma prima della furia exploitation, prima del sangue e delle deformità, c’è Vapors: il suo primo lungometraggio, anomalo, intimo, sorprendentemente cassavettiano.
Girato nei primi anni Sessanta e ambientato in una sauna gay di New York, Vapors dura poco più di mezz’ora ed è realizzato con una Auricon 16mm, una cinepresa pensata per i cinegiornali. Una scelta tecnica che diventa immediatamente poetica: il suono sporco, i ronzii continui, i sibili meccanici trasformano lo spazio in una camera di risonanza nervosa.
Il critico Michael Koresky lo descrisse come
“una serie di sibili disturbanti, ronzii della telecamera che echeggiano in una stanza” definizione perfetta per un film che sembra più ascoltato che visto.
Il set è un edificio fatiscente vicino all’appartamento di Milligan in Prince Street, allestito artigianalmente come sauna: un non-luogo claustrofobico, umido, sinistro. Qui si muovono due soli personaggi:
– un uomo di mezza età, interpretato da Robert Dahdah, allora proprietario del club off-Broadway Cino West Village;
– un uomo più giovane, già segnato da una calvizie incipiente, Gerald Jacuzzo, coinquilino dello stesso Milligan.
I loro dialoghi sono minimi, allusivi, carichi di tensione. Il desiderio non esplode mai: ristagna. Si accumula. Marcisce.
Le suggestioni teatrali sono evidenti — da Edward Albee a Tennessee Williams — ma filtrate attraverso un’estetica poverissima, quasi ascetica, che anticipa molto del cinema underground americano a venire.
Vapors è un film senza mezzi, eppure di enorme forza evocativa. Un’opera che trasforma la miseria produttiva in linguaggio, l’imprecisione in stile, il disagio in forma.
Lo considero da sempre un capolavoro del cinema underground americano.
David Pacifici