Partiamo da una precisazione: in Lacan, la distinzione tra “parola vuota” e “parola piena” non è né morale né quantitativa: non riguarda il dire meglio o di più, ma la posizione del soggetto nel linguaggio. La parola vuota è quella che circola senza rischio, parola di adattamento e di riconoscimento sociale. Dice qualcosa, ma non implica chi parla; non espone, non trasforma, non incrina l’ordine simbolico che contribuisce a mantenere. È una parola funzionale, che lubrifica il legame sociale senza mai metterlo in questione.
La parola piena, al contrario, non si limita a comunicare: fa accadere qualcosa. Non perché descriva più fedelmente il reale, ma perché modifica l’iscrizione del soggetto nel registro del Simbolico, il soggetto è coinvolto da ciò che dice, ne è in qualchje modo interpellato e cmabiato. È una parola che espone, che impegna, che riorganizza retroattivamente il senso, producendo un prima e un dopo. In analisi, è il momento in cui il soggetto smette di padroneggiare il discorso e si riconosce attraversato dai significanti. Per questo la parola piena non è mai del tutto controllabile: accade come evento e comporta sempre un rischio.
Applicare questa distinzione alla Torah implica riconoscere che la Torah non è semplicemente un testo, non un deposito di enunciati, bensì un luogo in cui il dire “accade”. Nella tradizione ebraica, la parola il “dibbur”, non è neutra: D-o crea parlando, il Sinai è un evento uditivo, la rivelazione è relazione, non contenuto. In questo senso la Torah è strutturalmente incompatibile con una parola puramente vuota, anche se c’è il rischio che possa essere può letta in modo tale.
La parola vuota applicata alla Torah non coincide con il fraintendimento di senso, ma con l’eccesso di sicurezza: recitare senza esporsi, studiare senza essere toccati, trasformare il testo in sapere posseduto o garanzia identitaria. Qui la Torah smette di essere evento e diventa oggetto, catturata da un sapere che anestetizza il Desiderio. Non a caso la tradizione rabbinica è da sempre ossessionata dal pericolo di una Torah “morta”, ripetuta senza chiddush, senza novità che riapra il senso.
La parola piena emerge invece quando la Torah interroga il lettore e lo costringe a prendere posizione. Non prescrive automaticamente, ma produce un soggetto che risponde. «Dove sei?» rivolto ad Adamo non chiede un’informazione, ma inaugura una responsabilità. Allo stesso modo, il Na‘aseh ve-nishma‘ (faremo e e ascolteremo) non è obbedienza cieca, ma assunzione di una parola che ancora non si conosce. Come in analisi, il senso è sempre retroattivo: nasce da un atto che ha già impegnato il soggetto.
In questo senso il Midrash è forse la forma più radicale di parola piena: non moltiplica i significati per chiuderli, ma lavora sul resto, sullo scarto, su ciò che non si lascia saturare. Ogni versetto diventa un punto di non-sapere che esige interpretazione. Il D-o della Torah non garantisce il senso: ne è l’eccedenza.
In questa prospettiva, lo studio non è accumulazione di sapere, ma esposizione al desiderio che attraversa la parola. Una Torah completamente compresa sarebbe già svuotata. La parola vuota è la Torah come identità e possesso; la parola piena è la Torah come chiamata e rischio. Non il luogo di una verità da possedere, ma di una verità che accade come atto. Come in analisi, non se ne esce sapendo di più, ma essendo cambiati.