Lugubre, funereo, notturno, allucinato, avvolto in una grigia e sconfinata coltre depressiva, Herzog rielabora la lezione di Murnau in un espressionismo contemporaneo dove, all’aggressiva bellezza di luci e ombre degli interni del castello, coniuga il romanticismo cromatico dei paesaggi e dei cieli plumbei, spingendo la cifra stilistica su piani inquietanti e onirici, come i ratti onnipresenti e l’effimera felicità del banchetto degli appestati terminali.
Se il Nosferatu di Murnau era metafora di una decadente borghesia tedesca, il Dracula di Herzog è votato al solipsismo, affogato nella melanconia dell’uomo contemporaneo rinchiuso nella morsa della solitudine, assetato di affetto, imprigionato nelle asettiche spire del tempo e privato di qualunque significato esistenziale. Un Kinski teratomorfo in uno dei ruoli della sua vita dona al Conte una profondità tragica unica, nonché una malsana carica erotica. Un’algida e cerea Adjani, perfetta nel ruolo, e un Ganz misurato ma funzionale.
Stracolma di assoluta magnificenza la fredda fotografia di Jörg Schmidt-Reitwein; ottima la scelta di affidare la colonna sonora ai fidi Popol Vuh, a cui sono abbinate solenni composizioni di Wagner e Goudot. Capolavoro.
David Pacifici