(a cura di A. R.)
Nota del curatore
Il manoscritto che segue mi è stato consegnato nel 1983, a Gerusalemme, da un bibliotecario che non volle fornire il proprio nome. Disse soltanto che proveniva da un fondo non catalogato – circostanza che, per quanto improbabile, non è del tutto impossibile.
Non ricordo con certezza il momento della consegna. Ricordo però il fascicolo: sottile, privo di titolo, con una copertina aggiunta successivamente.
La dicitura “Il glossatore di Ur-Keter” appare in una grafia che non coincide con quella del testo. Non escludo, tuttavia, che si tratti della stessa mano, in un tempo diverso.
L’identità dell’autore resta incerta. Il nome Eliahu Ben-Shaul, annotato su uno dei quaderni associati al manoscritto, non compare nei registri consultati. Esiste però una glossa, in un esemplare del Moreh Nevukhim conservato a Fez, firmata con le stesse iniziali.
Non ho potuto verificarne l’autenticità.
Il testo presenta alcune anomalie.
Talune delle glosse citate risultano effettivamente attestabili in manoscritti cabalistici del XVII secolo; altre non compaiono in alcuna fonte nota. In almeno un caso, la medesima annotazione è attribuita a due autori diversi, separati da più di cento anni.
Quanto a Ur-Keter, non esiste alcuna opera con questo titolo nei repertori correnti. Eppure, nel corso della mia ricerca, ho rinvenuto quattro riferimenti indipendenti – tutti marginali, tutti privi di contesto.
Un collega ha definito il manoscritto “un esercizio di finzione erudita”.
Non ho ritenuto opportuno contraddirlo.
Rileggendo il testo, tuttavia, mi è accaduto qualcosa di difficile da registrare in termini filologici. Alcune frasi mi sono parse familiari – non nel senso della citazione, ma in quello, più incerto, del riconoscimento.
Ho consultato i miei appunti.
Non ho trovato nulla.
Rileggendo ancora, ho notato che una delle note a piè di pagina – che attribuivo all’autore – non compare nella copia che avevo trascritto inizialmente.
La riporto qui, per completezza:
“Il curatore aggiunge ciò che crede di chiarire.”
Non ricordo di averla scritta.
Pubblico il testo con minime modifiche.
Le note sono mie, salvo diversa indicazione.
Non garantisco per l’autenticità del manoscritto.
Non escludo che alcune sue parti siano state aggiunte in seguito.
Non escludo che lo siano anche queste righe.
Il glossatore di Ur-Keter
Ricordo di averne sentito parlare da giovane, in modo confuso.
Era durante uno studio serale, in una stanza troppo stretta per il numero di libri che conteneva.
Non partecipavo davvero alla discussione ma ascoltavo.
A un certo punto, qualcuno citò un passo.
Un altro lo interruppe:
– Questo è nell’Ur-Keter.
Seguì una breve esitazione. Poi una voce, più incerta:
– Sempre che si possa chiamarlo così.
Non chiesi spiegazioni.
All’epoca prendevo nota di tutto ciò che non capivo, come se il senso potesse arrivare in seguito.
Scrissi “Ur-Keter” su un foglio che infilai tra le pagine di un libro.
Non ricordo quale.
Per anni non ci pensai più.
Poi, rileggendo un trattato che credevo di conoscere – il Sefer ha-Tmunah, credo* – trovai una frase sul margine, in una grafia che non riconobbi subito:
“Vedi Ur-Keter, glossa di Bar Shimon.”
Rimasi a lungo su quella riga.
Non perché fosse oscura, ma perché mi dava l’impressione di essere già passata da lì.
Non di averla letta. Di averla dimenticata.
Da quel momento iniziai a cercare non il testo, ma le sue tracce.
Le trovai in margini diversi, in copie tra loro incompatibili, in annotazioni che sembravano presupporre un’opera mai esibita.
“Ur-Keter distingue tre fuochi.”
“La prima corona è ombra della seconda.”
“Come afferma Bar Shimon nell’Alef di Ur-Keter…”*
Nessuna di queste citazioni rimandava a un luogo preciso.
Eppure si richiamavano tra loro, come se appartenessero a un ordine che non riuscivo a ricostruire.
Quanto a Bar Shimon, ogni manoscritto sembrava conoscerlo, nessuno lo spiegava.
In uno era un cabalista di Gerona.
In un altro, un cieco di Edessa.
In un terzo si annotava che non era mai esistito – ma che le sue glosse erano anteriori a ogni testo che lo negasse.
In un frammento più tardo – o così mi è parso allora – era definito:
“colui che scrisse senza sapere di scrivere.”
Nel 1957 ricevetti da Fez un Moreh Nevukhim***, interamente annotato.
Le note correvano ai margini, tra le righe, talvolta capovolte. All’inizio le lessi senza difficoltà. Poi cominciarono a sottrarsi, come se la loro disposizione andassero oltre la pagina.
Non riuscivo più a seguirle.
Non perché fossero illeggibili, ma perché ogni tentativo di leggerle sembrava presupporre di averle già comprese.
La vista mi abbandonò in modo graduale.
Un mio allievo trascrisse una delle glosse.
La lesse ad alta voce:
“Ribadisco ciò che scrissi sull’Ur-Keter.
La seconda corona precede la prima.”
Poi disse soprpreso:
– Ma è la sua calligrafia.
Non risposi.
La frase mi era familiare.
Non nel senso della scrittura, ma in quello del riconoscimento.
Come quando si accetta qualcosa che non si ricorda di aver fatto.
Da allora non ho più distinto con certezza.
Non so se Ur-Keter sia un libro.
Non so se l’ho scritto.
Non so se qualcuno l’abbia mai fatto.
So soltanto questo:
che le glosse non spiegano il testo: lo sostituiscono.
Ora vivo in una stanza senza finestre.
Mi dicono che sia a Gerusalemme.
I miei quaderni sono stati depositati in biblioteca.
Li hanno classificati:
“Glosse anonime a testi inesistenti.”
Ogni tanto li sfoglio, con lentezza, passando le dita sulle pagine.
Riconosco frasi che non ricordo di aver scritto. E omissioni che mi sembrano intenzionali.
Una nota dice:
“Ur-Keter non si può citare. Esiste solo quando è dimenticato.”
Un’altra:
“Il glossatore è il testo che crede di leggere se stesso.”
In fondo a un foglio, senza margini, ho trovato queste parole:
“Non cercarlo. Scrivi.”
Non so quando le abbia scritte.
C’era una terza riga.
…ma stata cancellata.
Note
* Sefer ha-Tmunah = testo attribuito alla tradizione cabalistica. Alcuni sostengono che le versioni attuali siano già commentari di un originale perduto.
** Genizà = deposito di testi sacri. Alcuni inventari menzionano opere mai ritrovate, sebbene frequentemente citate.
* Alef = prima lettera dell’alfabeto ebraico; può indicare un inizio, o ciò che precede ogni inizio.
** Moreh Nevukhim = opera di Maimonide. Esistono esemplari con apparati marginali di provenienza incerta.
Nota sul titolo
Ur-Keter (אוּר–כֶּתֶר) può significare “Corona Primigenia” o “Corona del Fuoco”.
È stato suggerito che il termine non indichi un’opera, ma una condizione del testo – o la sua mancanza.